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L’Iran si prepara a un duro fine settimana di proteste

Le manifestazioni si sono diffuse in tutte le città del Paese, mentre le forze dell’ordine intensificano la repressione - Già diverse decine di manifestanti uccisi, ma manca chiarezza a causa dello stop a internet

  • Ieri, 15:51
  • Ieri, 20:35
Un dimostrante mascherato tiene in mano una foto del principe ereditario iraniano Reza Pahlavi durante una protesta a Teheran
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Iran, l'analisi

Telegiornale 10.01.2026, 20:00

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Di: Reuters/Afp/Ats/sdr 

L’Iran entra in una nuova fase di turbolenza: le proteste scoppiate il 28 dicembre 2025 si sono estese a decine di città e province e, secondo osservatori internazionali, rappresentano la più grave ondata di contestazione dagli scontri seguiti alla morte di Mahsa Amini nel 2022. Nel Paese, però, la fotografia degli eventi resta frammentaria: il blackout di Internet e delle comunicazioni imposto dalle autorità rende difficile verificare in modo indipendente ciò che accade nelle strade. 

Nata sullo sfondo di una crisi economica acuta — inflazione oltre il 40%, moneta in caduta e potere d’acquisto eroso — la mobilitazione ha rapidamente assunto toni apertamente politici, con slogan contro la guida suprema Ali Khamenei e richieste di cambiamento di regime. Nelle immagini e nei video verificati da media internazionali si vedono manifestazioni notturne a Teheran e in altre grandi città; in alcuni quartieri della capitale, come Saadatabad, i residenti battono pentole e clacson mentre scandiscono slogan antigovernativi. Segnalazioni analoghe arrivano da centri come Mashhad, Tabriz e Qom, con simboli che richiamano anche l’epoca monarchica: in alcune riprese compare la bandiera con leone e sole.

Da fuori, l’opposizione in esilio prova a dare una direzione politica alla piazza. Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià deposto nel 1979, ha invitato i manifestanti a “occupare lo spazio pubblico” e a puntare sui “centri cittadini”, rilanciando l’idea di una mobilitazione coordinata nel weekend.

Morti, arresti e numeri divergenti: il costo umano nella nebbia del blackout

Il bilancio delle vittime resta uno dei punti più controversi. La Human Rights Activists News Agency (HRANA), organizzazione con base negli Stati Uniti che dichiara di contare solo i casi identificati, riferisce 65 morti e 2’311 arresti, con molte vittime segnalate fuori Teheran, tra cui province come Chaharmahal e Bakhtiari, Ilam, Kermanshah e Fars. Un’altra ONG, la norvegese Iran Human Rights, ha diffuso un conteggio distinto: almeno 51 manifestanti uccisi, tra cui nove bambini, e centinaia di feriti.

All’estremo opposto, alcune ricostruzioni basate su fonti ospedaliere parlano di numeri molto più alti — oltre 200 morti nella sola Teheran secondo il racconto di un medico, mentre altri media citano stime complessive ancora maggiori — ma l’assenza di connessioni e la rimozione dei corpi dagli ospedali - secondo testimonianze raccolte dalla stampa internazionale - complicano qualsiasi verifica. Il blackout è infatti un elemento chiave. Secondo NetBlocks e altre analisi tecniche, il Paese è rimasto isolato per oltre 36 ore con un crollo drastico del traffico Internet, in un’operazione descritta come “precisa” e potenzialmente prolungabile. Non è solo un taglio, quindi, ma una gestione selettiva delle comunicazioni. Sul fronte interno, il potere mostra i muscoli con i Guardiani della Rivoluzione, che hanno definito la situazione “inaccettabile”. La magistratura ha promesso “punizioni massime” per i “rivoltosi”, e l’esercito ha dichiarato che proteggerà infrastrutture strategiche e beni pubblici, invitando i cittadini a vigilare contro presunti “complotti del nemico”.

Teheran rilancia le accuse di ingerenza esterna

Teheran attribuisce parte della regia all’estero con il ministro degli Esteri, Abbas Araghchi, che ha accusato Stati Uniti e Israele di alimentare il movimento, pur giudicando “improbabile” un intervento militare straniero. Dal canto suo, Washington ha liquidato le accuse come un tentativo “delirante” di spostare l’attenzione. C’è di più: dagli Stati Uniti la risposta politica è stata doppia con il sostegno ai manifestanti e avvertimenti alla leadership iraniana. Il segretario di Stato Marco Rubio sabato ha infatti scritto su X che “gli Stati Uniti sostengono il coraggioso popolo iraniano”, mentre il presidente Donald Trump ha lanciato un monito pubblico contro l’uso della forza letale e, in altri passaggi, ha ventilato ritorsioni “dure” se la repressione dovesse degenerare.

Nel frattempo, diverse capitali occidentali e organismi internazionali hanno condannato l’uso eccessivo della forza e chiesto moderazione, mentre ONG come Human Rights Watch e Amnesty International denunciano un giro di vite con uccisioni, feriti e detenzioni di massa, aggravato dall’oscuramento delle comunicazioni. Chiaramente il contesto geopolitico pesa: l’Iran arriva a questa crisi interna indebolito dalla recente instabilità regionale e dal ritorno delle pressioni sul dossier nucleare. Nel settembre 2025 è scattato il ripristino di sanzioni legate al programma nucleare, un fattore che, secondo più analisi, ha aggravato questa sorta di asfissia economica che alimenta la rabbia sociale.

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Iran, manifestazioni e repressione

Telegiornale 10.01.2026, 12:30

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