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Maxiprocesso in El Salvador contro la Mara Salvatrucha

In aula centinaia di presunti membri di gang tra spettacolarizzazione pubblica, accuse collettive e limiti al diritto di difesa

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El Salvador: maxiprocesso alla gang MS-13

Telegiornale 23.04.2026, 20:00

Di: Laura Daverio 

Imputati esibiti con orgoglio al mondo, con riprese che li mostra privi di individualità. Seguono dalla prigione il processo che deciderà il loro destino. Rimangono seduti uno accanto all’altro, vestiti di bianco, rasati e in manette. Poche sono le espressioni sui visi, come se seguissero un copione. È la stessa perdita di identità che si consuma nel processo. Nessuno ha accesso a un avvocato che possa valutare il singolo caso, esaminare prove e indagini, spesso sommarie o inesistenti e, quando presenti, raramente accessibili alla difesa. È il maxi processo contro la Mara Salvatrucha, una delle organizzazioni più potenti non solo in El Salvador, ma in tutta l’America centrale, insieme alla Barrio 18. Gli imputati sono 486: 413 presenti, 73 ancora ricercati.

È la spettacolarizzazione di una giustizia rapida e vendicativa, costruita sul dolore di una popolazione a cui le gang hanno imposto per anni violenza e sottratto libertà. El Salvador era tra i Paesi più violenti al mondo; oggi sono tornati anche i turisti. Ma questo cambiamento ha un costo: circa il 2% della popolazione è in carcere, un altro triste record. Si sa che a migliaia sono innocenti.

Da quando il presidente Nayib Bukele ha lanciato l’offensiva contro le gang nel 2022, oltre 91’000 persone sono state imprigionate, i minorenni sarebbero intorno ai 3’000. Le risorse per indagare su tutti semplicemente non esistono, ma soprattutto la volontà politica è capitalizzare sulla nuova sicurezza raggiunta, non sulla giustizia.

Gli arresti sono stati sommari, accanto a membri noti delle gang, sono finite in carcere anche persone senza prove, sulla base di segnalazioni anonime, o addirittura per raggiungere quote imposte alle forze dell’ordine.

C’è una forte discrepanza tra il numero di arrestati e il registro di chi è considerato affiliato alle gang, il 36% dei detenuti non risulterebbe avere alcun legame.

Persone senza voce, mentre le famiglie restano impotenti, incapaci di rivederle o anche solo di aiutarle dall’esterno del megacarcere CECOT, esibita con orgoglio a dignitari internazionali, inclusi gli emissari dell’amministrazione Trump, grande ammiratrice del leader salvadoregno.

Il presidente Nayib Bukele controlla le tre branche del potere, legislativo, esecutivo e giudiziario, e le sue politiche non incontrano opposizione. La guerra alle gang è il suo principale cavallo di battaglia e su questo si concentrano continue nuove leggi. Il parlamento salvadoregno ha introdotto i processi di massa nel 2023; dal 2024 sono iniziati i primi procedimenti, ancora in corso. Proprio il mese scorso è stata approvata una riforma costituzionale che introduce l’ergastolo, applicabile anche al reato di affiliazione a gang, considerato un atto di terrorismo. La pena può essere estesa anche ai minorenni, l’ergastolo è previsto a partire dai 12 anni di età.

La guerra alle gang è iniziata nel marzo 2022, quando membri di bande armate, identificati dalla autorità come Mara Salvatrucha, hanno terrorizzato la popolazione per due giorni con una serie di attacchi che hanno causato 86 morti. Il presidente Nayib Bukele dichiarò lo stato di emergenza, che consente la sospensione dei diritti civili, ma dovrebbe durare al massimo 30 giorni. Quattro anni dopo è ancora in vigore. Il maxi processo aperto questa settimana mira a colpire i tanti delitti commessi da Mara Salvatrucha, incluso il massacro del marzo 2022. Ma se tra i quasi 500 imputati ci sono persone innocenti, che non avranno la possibilità di dimostrarlo.

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