La chiusura dello Stretto di Hormuz, dal quale passa il 20% della produzione mondiale di petrolio, sta diventando un grosso problema anche per i Paesi del Golfo. Le loro petroliere si vedono preclusa la via per il trasporto del greggio, e quindi stanno pensando di togliere dal cassetto un’idea che sembrava accantonata: creare nuovi oleodotti terrestri o ampliare quelli esistenti, in modo da evitare il passaggio per le acque controllate dall’Iran.
Attualmente sono tre gli oleodotti principali che garantiscono il trasporto di petrolio verso l’Europa e l’Asia senza passare per lo Stretto di Hormuz. Sarebbero quattro, a dir la verità, ma quello che collega la città irachena di Haditha al porto di Aqaba, nel Mar Rosso, non è ancora pienamente operativo.
Quello più importante di questi oleodotti è il cosiddetto Saudi East-West, 1’200 chilometri di tubo che parte da Al Jubayl nel Golfo Persico e arriva a Yanbu nel Mar Rosso. Il petrolio quindi prosegue per il canale di Suez verso il Mediterraneo e questo oleodotto ha una capacità di 7 milioni di barili al giorno. Un’opera che è stata costruita negli anni ‘80, durante la guerra tra Iran e Iraq, per far fronte allo stesso problema odierno, ovvero la chiusura dello Stretto di Hormuz da parte degli iraniani.
In seguito i progetti di nuovi oleodotti sono stati accantonati. Troppo costosi (dai cinque ai 15 miliardi di dollari), lunghi tempi per la loro costruzione e problemi di sicurezza, hanno fatto desistere. Ma ora quest’ipotesi è tornata sul tavolo e l’intenzione è quella di iniziare a studiare concretamente vie alternative allo Stretto di Hormuz, trasportando il petrolio via terra. Nel frattempo, l’ipotesi più praticabile sarebbe quella di ampliare l’oleodotto saudita già esistente, ma evitare di ritrovarsi in futuro ancora confrontati con la chiusura dello Stretto di Hormuz è diventata ormai una priorità.








