Paghe da 2,50 euro a consegna, “sotto la soglia di povertà” in violazione dei contratti collettivi ma anche della Costituzione, perché non garantiscono una “esistenza libera e dignitosa”. In più, un “monitoraggio continuo” attraverso una app, “poche pause” e turni di lavoro, in qualsiasi condizione climatica, fino a 12 ore al giorno, con “punizioni” in caso di ritardi. Uno “sfruttamento” che va avanti “da anni”, una “illegalità che è indispensabile far cessare al più presto”. Sono durissime le motivazioni del decreto con cui, nei giorni scorsi, la Procura di Milano ha disposto in via d’urgenza il controllo giudiziario per Foodinho, la società milanese di consegna di cibo a domicilio del colosso spagnolo Glovo. L’ipotesi di reato è caporalato su circa 40’000 rider impiegati in tutta Italia.
Le indagini su Foodinho e i precedenti
Nell’inchiesta, condotta dai carabinieri del Nucleo Ispettorato del Lavoro, è indagato il cittadino spagnolo responsabile di Foodinho (iscritta pure la società). In qualità di amministratore unico, avrebbe usato “manodopera in condizioni di sfruttamento e approfittando dello stato di bisogno”.
È probabile, anche sulla base di quelle testimonianze, che la Procura vada avanti con accertamenti pure su altre società, come avvenuto per casi simili e per quei fascicoli a ripetizione nei settori della logistica e trasporti, della moda e della vigilanza privata.
Nel maggio 2020, tra l’altro, sempre un’indagine del pubblico ministero Paolo Storari portò al commissariamento per caporalato della filiale italiana di Uber, che all’epoca effettuava anche servizi di delivery. Un’ex manager patteggiò nel febbraio 2025.
Il Tribunale di Milano, dunque, ha ipotizzato lo sfruttamento di 40’000 rider, cioè dei fattorini in bicicletta che si occupano di effettuare questo servizio per conto delle aziende a cui sono affiliati. Sotto la lente della Procura sono finite le paghe - ritenute sotto la soglia di povertà - e la gestione del lavoro tramite algoritmi.
Chi sono i rider e come sopravvivono
In Italia non ci sono cifre esatte. Si dice che siano almeno 40’000, il 90% dei quali maschi tra i 20 e i 40 anni, la maggior parte stranieri, molti al lavoro per 6 o 7 giorni alla settimana fino a 10 ore al giorno. La fotografia dei lavoratori che si occupano di consegnare a domicilio il cibo, che i clienti ordinano via applicazione dal proprio cellulare, è la fotografia di persone che contano niente o molto poco per i loro datori di lavoro.
Se è vero che la cifra è di 2 o 3 euro a consegna e che sono gestiti da un algoritmo, che assegna le consegne in base alla loro posizione rilevata dal satellite. A Milano, appunto, è scattato un controllo giudiziario contro Foodinho, società agganciata alla spagnola Glovo, che avrebbe approfittato dello stato di bisogno di questi rider, prevalentemente stranieri, applicando retribuzioni ritenute inferiori fino al 76% rispetto alla soglia di povertà e all’81% rispetto alla contrattazione collettiva.
“La maggior parte dei fattorini proviene dall’Asia meridionale. La cosa che sorprende ma non più di tanto, è il tempo che loro utilizzano per mettersi a disposizione di queste piattaforme, perché giornalmente la maggior parte di loro si rende disponibile dalle 7 alle 10 ore e tra l’altro moltissimi di loro lavorano praticamente tutti i giorni della settimana”, spiega Roberta Turi, segretaria nazionale della sezione sindacale della CGIL (Confederazione generale italiana del lavoro) che si chiama “Nuove identità di lavoro” (NIdiL). Ha svolto lo scorso biennio 2024-2025 un’inchiesta su un campione di 500 lavoratori di questo settore.
“Se andiamo a guardare quanto guadagnano, che poi è il tema che sta al centro dell’inchiesta della Procura di Milano, il 56% dichiara di guadagnare mediamente, per ogni consegna, dai 2 ai 4 euro lordi, tra l’altro dovendo percorrere spesso moltissimi chilometri. Ricordo che sono inquadrati come lavoratori autonomi, guadagnano a cottimo e quindi esclusivamente il tempo della consegna”, sottolinea Turi.
L’inchiesta sindacale
Dai 2 ai 4 euro lordi a consegna. Parliamo comunque di lavoratori stranieri ma regolari. “Sì, questi lavoratori, per poter lavorare, devono dimostrare di avere un permesso di soggiorno, anche temporaneo. Dopodiché sappiamo purtroppo che nel momento in cui si parla di migranti spesso c’è anche una compravendita di documenti, c’è un grosso mercato che lucra sulle condizioni di grande fragilità di questi lavoratori. Anche mercato di account, account multipli”.
Gli “account multipli”, sembrano tre lavoratori (ma è sempre lo stesso)
“Se voglio lavorare devo avere un account, quindi devo essere stato accettato dalla piattaforma, devo avere di fatto un contratto. Ebbene ci sono intermediari; sfruttano la condizione di queste persone (che hanno un gran bisogno di fare tante consegne) e fanno una compravendita di account. Quindi io non lavoro soltanto come Mario ma come Mario, Paolo e Giovanni. È come se io fossi tre persone in una, che riceve a quel punto più consegne, perché è come se fossero tre persone”.
Come le aziende aggirano le norme
“Per come funzionano le norme in Italia, se il lavoratore fa causa può veder riconosciuti quei diritti. Se non fa causa, queste piattaforme approfittano di una norma che, purtroppo, non risolve il problema collettivo. Come aggirano questo problema le aziende? Fanno accordi collettivi con dei sindacati cosiddetti “gialli”, sindacati pirata, più o meno farlocchi, che servono esclusivamente per consentirgli di trovare il modo di ritenersi all’interno delle norme”.
La situazione in Svizzera
Anche in Svizzera sono assai diffusi ciclo-fattorini e autisti che consegnano pasti a domicilio. Ma come è regolato il settore? Quali passi avanti sono stati fatti? Quali i problemi? Tante le domande. La prima risposta è che anche in Svizzera il settore è poco regolamentato e che anche qui spesso, a mettere dei punti fissi per regolamentare i settori, più che la politica o i partner sociali, sono i tribunali.

La situazione dei fattorini in Svizzera: la testimonianza
SEIDISERA 11.02.2026, 18:00
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SEIDISERA della RSI ha chiesto a Chiara Landi, sindacalista di UNIA, se esistono contratti collettivi o contratti di settore. “Abbiamo un contratto collettivo, decretato di forza obbligatoria a livello nazionale, che è quello della ristorazione: assoggetta il personale delle consegne a domicilio che consegna pasti. Esiste un altro contratto collettivo del settore delle consegne, che non è decretato di forza obbligatoria”.
La situazione dei ciclo-fattorini e degli autisti è molto frammentaria, dipende tutto dal modello dell’azienda per cui lavorano. Anche in Svizzera il nodo principale da sciogliere è se il lavoratore che consegna i pasti per le varie piattaforme sia un lavoratore dipendente o indipendente.
Piattaforme come ad esempio Uber Eats li considerano indipendenti, altre come Just Eat e Smood hanno finito per doverli riconoscere come lavoratori dipendenti perché sono sotto il controllo dell’applicazione, per questo, sempre più spesso, questi lavoratori devono essere coperti dal contratto collettivo nazionale. A mettere alcuni punti fermi sono stati i tribunali. Il Tribunale federale nel 2025 ha statuito che l’applicazione Uber Eats non è un semplice strumento ma esercita un vero potere di direzione sui fattorini. Dunque è un datore di lavoro e, descrivendo il quadro generale, anche il Tribunale federale parla di falsi indipendenti.
“Lavoratori dovevano pagare per lavorare”
Tuttavia, anche se i lavoratori sono stati messi “sotto contratto”, diciamo così, la fotografia del settore rimane ancora fosca, come spiega Chiara Landi: “È un settore veramente molto precario e molto povero, dove i salari sono molto molto bassi. E anche questi nuovi contratti collettivi che sono spuntati, dei quali non conosciamo neanche il contenuto perché ci è stato negato l’accesso, sappiamo però che le paghe sono molto basse. Le persone che io ho seguito con vertenze individuali dovevano pagare per lavorare, cioè ci rimettevano a fine mese”.
La testimonianza
Questa la fotografia delle sfide sindacali del settore. SEIDISERA ha raccolto anche la testimonianza di Kevin (nome di fantasia). Lavorava per la piattaforma svizzera Smood, dietro la quale c’è anche la Migros. Smood è stata costretta dal Tribunale di Ginevra a sottostare al contratto collettivo, dunque a offrire un contratto da dipendenti. Va detto che Smood è in grande difficoltà e va verso la chiusura. Kevin ha scelto di lavorare come fattorino perché, momentaneamente disoccupato, cercava un lavoro che gli consentisse di guadagnare qualcosa. Veniva pagato a ore, per l’intero turno, e non solo a consegna. Aveva un contratto da dipendente, gli davano rimborsi per l’automobile ma alla fine guadagnava “23 franchi all’ora nei giorni normali. Nei festivi e nei week-end 25 franchi all’ora. Riuscivo alla fine a guadagnare circa tra i 1’000 e i 1’500 franchi al mese”.
https://rsi.cue.rsi.ch/info/svizzera/Risultati-insoddisfacenti-Smood-si-prepara-a-chiudere--3440517.html
Non stupisce che Kevin sopravviva economicamente anche perché convive con la compagna. E quindi divide tutte le spese. Dal suo racconto emergono anche altri aspetti interessanti sul tipo di lavoro: Kevin ha detto che era disponibile quasi sempre ma aveva chiesto due sere libere a settimana. Ma può capitare che poi la cosa ti si ritorca contro. Inoltre fa capire, nelle sue dichiarazioni, come il rider non si senta sempre libero di rifiutare le richieste poco vantaggiose, perché teme ritorsioni.. “Mi sono trovato a volte dove ero libero e pronto a lavorare ma non avevo il turno. Mentre a volte mi chiedevano, all’ultimo momento, se potevo andare a Locarno. Mi sono detto: è meglio dire di sì. Avevo dei contratti a 3 mesi. Poi non me li hanno più rinnovati. Mi hanno detto: ‘La contatterà un suo responsabile e le farà sapere tutto’. Ma quella telefonata non è mai arrivata”.
La storia come fattorino di Kevin si è conclusa. Non si sa se per la chiusura della ditta oppure perché gli hanno preferito altri fattorini... forse più disponibili di lui.








