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Cuba negozia con gli Stati Uniti

Il paese non ha più risorse, il presidente parla apertamente di trattative in corso

  • Un'ora fa
Il presidente cubano Miguel Diaz-Canel durante la conferenza stampa del 13 marzo all'Avana

Il presidente cubano Miguel Diaz-Canel durante la conferenza stampa del 13 marzo all'Avana

  • Keystone
Di: Laura Daverio 

La conferma arriva direttamente dal presidente di Cuba, Miguel Díaz‑Canel, visibilmente provato, in un discorso trasmesso in televisione. Da tempo funzionari cubani sarebbero in trattativa con Washington per trovare soluzioni.

È una maniera diplomatica per dire che il Governo cubano dovrà fare di tutto per ricevere petrolio, attraverso concessioni che solo pochi mesi fa sarebbero state inimmaginabili. Come è successo in passato, il Vaticano svolge il ruolo di mediatore e ha assicurato la liberazione di 51 prigionieri politici, le prime scarcerazioni sono già avvenute. Una “decisione sovrana”, ha sottolineato il presidente, anche se avviene nel contesto della forte pressione statunitense, e che trova ampia approvazione nell’elettorato di origine cubana negli Stati Uniti.

Díaz-Canel ha dichiarato di aver ascoltato la comunità cubana che vive all’estero, e ha riconosciuto il grave problema dell’emigrazione dall’isola. Negli ultimi cinque anni circa due milioni di persone hanno lasciato l’isola, si tratta principalmente di giovani, ed è una perdita devastante.

Da tempo si specula sulle negoziazioni che sarebbero già in corso tra il segretario di Stato Marco Rubio e Óscar Pérez‑Oliva Fraga, ingegnere elettronico e nipote di Angela Castro, sorella maggiore di Fidel Castro e Raúl Castro. Oggi a Cuba ricopre il ruolo Vice-Primo Ministro e Ministro di Ministro dell’Economia e degli investimenti stranieri, settore chiave sul tavolo delle negoziazioni.  Di lui si sa ancora poco, e politicamente è rimasto dietro le quinte, ma potrebbe presto essere protagonista di una rapida ascesa politica.

Se fino ad oggi è rimasto dietro le quinte, lunedì prossimo sarà proprio lui ad annunciare le concessioni, che ci si aspetta includano il permesso per i cubani della diaspora di investire direttamente a Cuba. È una richiesta su cui la comunità cubana all’estero insiste da tempo e che finora era sempre stata rifiutata dall’Avana. In realtà, esistono già investimenti simili sotto forme indirette, che ora verrebbero regolarizzati e ampliati.

Per quanto riguarda il petrolio, le autorità avevano già concesso che compagnie private potessero acquistarlo direttamente da società statunitensi, senza passare per l’amministrazione cubana. Tuttavia mantenere vivo il settore privato non basta a ristabilire una qualità della vita accettabile in un Paese che vive ormai di blackout in blackout: le ambulanze non partono, i camion della spazzatura restano fermi, la fila per comprare benzina dura mesi e non si trovano beni di primissima necessità, dalle medicine al cibo.

A Washington il grande vincitore è Marco Rubio. Figlio di cubani in esilio, ha scommesso la sua carriera politica come antagonista del regime cubano. È stato lui a giocare un ruolo fondamentale nella capitolazione del Venezuela e conseguente blocco del petrolio a Cuba. I toni oggi però sono più diplomatici. Dopo il “successo” in Venezuela, con la collaborazione della vicepresidente Delcy Rodríguez, Washington sarebbe più propenso a contare sulla collaborazione di Oscar Pérez-Oliva Fraga, piuttosto che un cambio di regime, molto più drastico e con incognite molto poco prevedibili.

I possibili scenari futuri dipenderanno da quanto vorrà ottenere Washington e da quanto Cuba sarà disposta a concedere, in un rapporto in cui oggi gli Stati Uniti dettano le regole.

Per i cubani, la notizia dell’apertura di trattative ha dato nuove speranze. Oggi, la politica passa in secondo piano rispetto a qualsiasi soluzione che possa portare cambiamenti concreti nella vita quotidiana. 

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Cuba ammette la ripresa del dialogo con Washington

Telegiornale 14.03.2026, 12:30

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