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Sudan, esecuzioni di massa e stupri. La guerra “dimenticata”

Terza conferenza internazionale a Berlino, ma nel Paese africano si continua a morire - Il giornalista Eliott Brachet: a livello internazionale c’è una reale volontà di porre fine a questo conflitto?

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Un bambino sudanese fuggito da un attacco delle RSF lo scorso novembre riceve cure in un campo profughi a Tawila
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Sudan, 3 anni di guerra

SEIDISERA 15.04.2026, 18:00

  • archivio keystone
Di: SEIDISERA - Walter Rauhe - Camilla Camponovo / M. Ang. 

Stupri, saccheggi, distruzioni ed esecuzioni in massa. Quella in Sudan è una delle tante guerre dimenticate dei giorni nostri. Un conflitto che avviene sotto gli occhi dell’opinione pubblica mondiale, senza destare però lo sdegno e l’attenzione che meriterebbe. A Berlino si è svolta mercoledì la terza conferenza internazionale sul Sudan, alla quale partecipa anche la Svizzera. Una conferenza, come ha precisato il ministro degli Esteri tedesco Johann Wadephul, dove non si è discusso di una possibile fine della guerra, o almeno di un temporaneo cessate il fuoco, ma di aiuti alla popolazione civile.

L’obiettivo: un miliardo di euro

“L’obiettivo di questa conferenza è quello di raccogliere possibilmente più aiuti per il Sudan rispetto a quelli raccolti in occasione dell’ultima conferenza umanitaria a Londra l’anno scorso. Si tratta di trovare almeno 1 miliardo di euro e questo obiettivo mi sembra realistico, anche perché è nell’interesse della comunità internazionale e della stessa Germania aiutare la popolazione martoriata del Sudan”, ha dichiarato Wadephul.

Il governo tedesco ha assicurato oggi al Paese africano altri 212 milioni di aiuti umanitari. Altri Paesi, come la Gran Bretagna, hanno promesso fino a 150 milioni.

Per il programma alimentare delle Nazioni Unite il Sudan rappresenta attualmente una delle operazioni umanitarie più complesse e impegnative al mondo, per via dei fronti in continuo movimento, degli ostacoli burocratici e delle grandi difficoltà di accesso al Paese.

La Svizzera stanzia circa 23 milioni di franchi

A tre anni dallo scoppio della guerra in Sudan, la Svizzera conferma il proprio impegno umanitario e diplomatico, stanziando circa 23 milioni di franchi a sostegno della popolazione colpita dal conflitto. Lo ha annunciato il capo della Divisione pace e diritti umani del Dipartimento federale degli affari esteri (DFAE), Tim Enderlin, durante la conferenza internazionale a Berlino. Il sostegno della Svizzera si concentra sulla sicurezza alimentare e sulla salvaguardia dei mezzi di sussistenza, sulla protezione della popolazione civile e sulla promozione della pace - si legge nel comunicato diffuso mercoledì - . Nel dicembre 2025, in considerazione della catastrofica situazione umanitaria in Sudan e nei Paesi vicini, dove molte persone si sono rifugiate, il Parlamento aveva approvato un credito di aiuti d’emergenza di 50 milioni di franchi.

Le origini del conflitto

Nell’aprile 2019, il dittatore Omar al-Bashir, militare al potere per molti anni, è stato rovesciato da un’alleanza tra società civile e militari e sostituito da un governo di coalizione - ricorda nel suo comunicato il DFAE -. Nell’ottobre 2021, i militari hanno effettuato un colpo di Stato e rimosso le forze politiche civili dal governo. Successivamente sono emerse divisioni nelle loro fila e le tensioni sono aumentate nell’aprile 2023. Da allora, in Sudan infuria un conflitto armato tra le Forze Armate Sudanesi (SAF) e le Forze di Supporto Rapido (RSF), una milizia paramilitare. Oggi, il nord-est e il centro del Paese, dove si trova la capitale Khartoum, sono controllati dalle SAF, mentre ovest e sud sono controllati dalle RSF.

Una crisi umanitaria devastante

La guerra ha avuto conseguenze devastanti per il popolo sudanese. Ha provocato l’uccisione di decine di migliaia di persone e causato una carestia. Più di 33 milioni di persone, ovvero circa due terzi della popolazione totale, dipendono dall’assistenza umanitaria. Circa 13 milioni di persone sono sfollate, inclusi più di 4 milioni nei Paesi vicini di Egitto, Sud Sudan, Libia e Ciad. La violenza sessuale è diffusa e utilizzata come metodo di guerra, mentre le violazioni del diritto internazionale umanitario sono molteplici. Le infrastrutture del Paese sono state gravemente danneggiate, i sistemi sanitario, educativo ed economico sono collassati e le tensioni etniche tra la popolazione sudanese si sono aggravate. La Svizzera invita tutte le parti a rispettare i propri obblighi previsti dal diritto internazionale umanitario - si legge sempre nel comunicato del DFAE.

La testimonianza di un giornalista

Intanto, mentre la guerra civile in Sudan entra nel suo quarto anno, il Paese resta intrappolato in una delle peggiori crisi umanitarie al mondo, dalla quale è difficile intravedere una via d’uscita. Milioni di sfollati fanno i conti con fame, abusi ed epidemie, mentre il sistema sanitario è sull’orlo del collasso. Tre anni fa a Khartoum c’era anche Eliott Brachet, allora corrispondente di diversi media francesi, come Le Monde e Radio France. A quel tempo la capitale del Sudan contava circa 8 milioni di abitanti. “Mi trovavo a Khartoum il 15 aprile 2023. Quando sono scoppiati i primi scontri, già allora si vedeva una città che si svuotava dei suoi abitanti”.

Brachet ha vissuto e lavorato a Khartoum dal 2020 al 2023. “In tre anni di guerra, soprattutto durante l’occupazione delle Forze di Supporto Rapido, fino al marzo 2025, più della metà della popolazione è stata costretta a fuggire. La stessa dinamica si è ripetuta in molte regioni del Paese. Il conflitto è esploso fin da subito in mezzo ai civili, in quartieri densamente popolati, con bombardamenti indiscriminati e violenze quotidiane che hanno provocato migliaia di vittime e un esodo di massa verso aree meno colpite. In questi tre anni le linee del fronte non hanno mai smesso di spostarsi, trascinando con sé milioni di persone in un esilio senza fine”.

La più grande crisi di sfollati al mondo

Oggi si contano circa 13 milioni di persone che sono state costrette a lasciare le loro case. Di queste, 9 milioni sono state sfollate internamente al Paese. Due fazioni, due forze militari reggono gli scontri da tre anni, perché sanno di poter contare sull’appoggio militare internazionale. “Entrambi gli eserciti in Sudan hanno ricevuto armamenti molto sofisticati dai loro sostenitori regionali e internazionali. L’esercito regolare sudanese ha rafforzato la propria superiorità aerea con droni iraniani e turchi, mentre le Forze di Supporto Rapido, sostenute in modo incondizionato dagli Emirati Arabi Uniti, hanno ottenuto droni strategici cinesi, sistemi di jamming e difesa terra-aria, riequilibrando così il rapporto di forza tra le due milizie”.

Il flusso di armi che ha cambiato il volto della guerra

“I combattimenti si sono spostati dalle grandi città verso zone più rurali come il nord del Darfur. Oggi la minaccia principale per i civili viene dal cielo. Entrambe le parti dispongono di droni avanzati che colpiscono dietro le linee del fronte, anche a centinaia o migliaia di chilometri di distanza, rendendo così la vita dei civili estremamente precaria”.

Nonostante l’ampio supporto di attori esterni, la guerra in Sudan è la grande guerra umanitaria dimenticata, la guerra dei milioni di profughi invisibili. Forse perché rispetto ad altre guerre non tocca direttamente gasdotti, porti o urne?

“È questa la grande domanda dopo tre anni di guerra in Sudan. Vedo il coinvolgimento di diversi Stati regionali e internazionali nel conflitto come un fattore che complica l’uscita dalla crisi. Oggi la guerra in Sudan è sfuggita al solo controllo dei sudanesi. È stata spesso presentata come una guerra tra due generali, come l’ennesima guerra civile africana. Ma oggi questa è una visione molto riduttiva. Non si può dire che sia un conflitto dimenticato. Io ritengo che sia un conflitto trascurato. Ma la questione è piuttosto a livello internazionale; c’è una reale volontà di porre fine a questo conflitto?”.

Risorse sfruttate, popolazione affamata

Una domanda alla quale, a distanza di tre anni, è ancora difficile rispondere, perché alcuni degli attori internazionali, come gli Emirati Arabi Uniti, sono contemporaneamente parte della crisi e parte anche strategica della soluzione, vista la loro utilità in altri teatri di guerra e negoziati. E poi c’è anche un altro grande problema che risuona in modo onnipresente in Africa. “Da tre anni tutte le risorse economiche del Paese continuano a essere sfruttate ed esportate all’estero. Pensiamo all’oro (il Sudan è il terzo produttore di oro del continente africano). Poi ci sono i giacimenti petroliferi, la gomma arabica (utilizzata nell’industria farmaceutica e agroalimentare e che continua a essere esportata, per esempio verso la Francia). Anche le risorse agricole vengono esportate dal Sudan e generano entrate per i gruppi armati in cambio di un flusso di armi verso il Paese. Ma questo denaro non va a beneficio delle popolazioni civili. Oggi si parla di 25 milioni di persone sull’orlo della fame in Sudan”.

Sudan, la Catena della solidarietà lancia un nuovo appello

La situazione umanitaria in Sudan resta drammatica. Così, per continuare a sostenere la popolazione, la Catena della solidarietà lancia un nuovo appello alle donazioni per portare avanti l’impegno con le ONG svizzere partner. Maggiori informazioni sul sito catenadellasolidarietà.ch

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