Lo scorso 28 dicembre sono iniziate ampie manifestazioni di protesta in Iran. A scendere in piazza sono cittadini che chiedono un cambiamento politico, maggiori diritti e migliori condizioni economiche. La repressione ha però già causato oltre 2’500 morti, in gran parte manifestanti, mentre circa 150 vittime si registrerebbero sul fronte governativo. Gli arresti supererebbero quota 18’000.
Sulla vicenda è intervenuto anche il presidente statunitense Donald Trump, che ha dichiarato che gli Stati Uniti sarebbero “pronti a intervenire” qualora l’Iran dovesse uccidere i manifestanti.
Per fare il punto sulla situazione e capire i possibili scenari futuri, abbiamo interpellato Nima Baheli, analista geopolitico e di intelligence.
Nima Baheli
Dal suo punto di vista, quanto si è realmente estesa la protesta in Iran?
“Le proteste sono iniziate in maniera lenta. Il numero, poi – sia di città che di presenze – è aumentato raggiungendo il suo apice da giovedì a sabato, per poi scendere in concomitanza con il blackout mediatico, implementato dalla Repubblica islamica. La repressione è fortissima. Per quel che riguarda la diffusione a livello regionale, le manifestazioni sono nate, in origine, per questioni economiche ma poi si sono unite alle rivendicazioni sociali fino al cambiamento dell’assetto istituzionale del Paese. Rispetto alle proteste di ‘Donna, vita, libertà’ del 2022-2023, queste nuove manifestazioni sono caratterizzate da un livello di violenza maggiore, anche da parte degli stessi manifestanti”.
Che messaggio vuole dare il regime attraverso gli arresti di massa e le esecuzioni?
“Il regime ha utilizzato una violenta repressione, superiore a quella vista durante le proteste ‘Donna, Vita, Libertà’. La radiotelevisione iraniana ha diffuso molte immagini di cadaveri lasciati fuori dagli obitori come monito ai manifestanti per fargli capire ‘guardate che noi colpiamo pesante’. Sono state mostrate anche le immagini di alcuni appartenenti alle forze di sicurezza uccisi durante le proteste, come doppio monito ai propri sostenitori per dirgli ‘guardate che se noi crolliamo, questa è la vostra fine’. Il regime ha inoltre minacciato di eseguire condanne a morte per impiccagione entro il fine settimana islamico, quindi da mercoledì fino a venerdì, a seguito di processi per direttissima, come altro elemento di tentata intimidazione”.
Ritiene che il regime continuerà con la repressione o dovrà scendere – prima o poi – a compromessi con i manifestanti?
“Il sistema della Repubblica islamica, a fronte delle sanzioni che hanno compromesso l’economia ma anche a fronte della malversazione e della corruzione fortemente presente nella Repubblica islamica, ha la necessità di riformarsi, prima o poi. Altrimenti crollerà. Questo tenendo fuori un possibile intervento statunitense. Fintanto che non ci saranno crepe all’interno del regime, è possibile che durerà. Inoltre, l’élite al potere, a differenza di quella legata ai Pahlavi nella rivoluzione del ‘79, non ha molti posti dove fuggire in caso di caduta del regime. Questo li spinge a ‘vendere cara la pelle’ e resistere il più possibile”.
Teheran ha bloccato internet per cercare di estinguere le proteste e la comunicazione. Questo però non ha funzionato: come mai? Ci sono nuove risorse a disposizione dei manifestanti?
“Questo è stato un ambito interessante perché si vede come le istanze che nascono dal basso, da una popolazione con problematiche economiche, sociali e di libertà, siano state gestite e intercettate da altre dinamiche: così come il blackout è stato implementato dalla Repubblica islamica, si è scoperto che prima delle proteste c’è stata la fornitura di numerosi impianti satellitari e Starlink che sono fruiti nel territorio iraniano. Questo può far intuire una premeditazione da parte delle nazioni che possono avere un interesse nell’indebolimento e nella caduta della Repubblica islamica. Parallelamente a questo, però, alla luce del fatto che i servizi iraniani, ma anche quelli russi, avessero avuto notizia in questo percorso, c’è stata anche una cooperazione tra Pechino, Mosca e Teheran. Sull’applicazione di strumentazione russa, sviluppata durante il conflitto russo-ucraino, e implementata da dei protocolli da parte di Pechino, si è testata nel corso di queste proteste. In questa logica, forse, si possono leggere anche il fatto che poco prima, o nei primi giorni di protesta, circa cinque aerei russi sono atterrati in Iran nel giro di 48 ore. Quindi probabilmente c’è stata questa fornitura di strumentazione di guerra elettronica che è riuscita, sembrerebbe, a interrompere buona parte del flusso anche di Starlink. Questo ci fa capire come una situazione interna, come le proteste, sia poi in realtà un motivo di confronto fra due assi: quello alla guida statunitense e quello russo, cinese e iraniano”.
Che fine ha fatto la Guida suprema dell’Iran, Ali Khamenei? E che potere decisionale continua ad esercitare?
“All’inizio delle proteste, la postura era più dialogante nei confronti dei manifestanti. Tuttavia, si ritiene che il cambiamento verso una linea più dura sia stato deciso direttamente da Khamenei stesso. Questo indica che la Guida suprema mantiene ancora un peso importante sulle linee decisionali del sistema della Repubblica islamica”.
Dal suo punto di vista, come potrebbe cambiare l’Iran se la Repubblica islamica degli ayatollah dovesse realmente cadere?
“A differenza della rivoluzione del ‘79, non sembra esserci una leadership chiara o una struttura pronta a gestire un eventuale vuoto di potere. Al momento il futuro è abbastanza incerto e c’è il rischio di un lungo periodo di instabilità che potrebbe sfociare in una sorta di guerra civile”.

La situazione in Iran: l'analisi
SEIDISERA 13.01.2026, 18:00
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