Scienza e Tecnologia

Il rumore della musica generata (e spammata) con l’IA

Ogni giorno decine di migliaia di tracce sintetiche. Monetizzazione fraudolenta, fake e canzoni spazzatura: le piattaforme faticano a contenere il fenomeno

  • Un'ora fa
Immagine d'archivio

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Di: Philip Di Salvo*, senior researcher e docente presso l’Università di San Gallo

A fine febbraio il cantautore britannico Benedict Cork pubblica su TikTok lo spezzone di una sua canzone non ancora finita. Il video supera i 100’000 ascolti e i fan ne chiedono subito la versione completa. Pochi giorni dopo, Cork inizia a ricevere messaggi che commentano l’uscita del brano completo: il problema, però, è che il musicista non l’ha mai terminato. Qualcuno ha preso il frammento pubblicato su TikTok e con l’intelligenza artificiale ne ha realizzato una versione completa, pubblicandola a suo nome. L’episodio è stato raccontato dal settimanale Time lo scorso marzo. La storia di Cork è emblematica di un fenomeno che negli ultimi anni è cresciuto in modo esponenziale, quello dell’IA slop: si tratta in senso ampio della sovraproduzione di contenuti sintetici generati con l’IA. Questi contenuti “artificiali” negli ultimi anni hanno investito, in maniera sempre più massiccia, non soltanto il mondo dell’informazione, ma anche l’industria musicale, con finalità che spesso sono a un passo dallo spam e dalla frode.

Come ha scritto di recente il magazine di tecnologia The Verge, la musica composta con l’IA è una realtà consolidata e in crescita, specialmente in ambiti sperimentali. L’artista inglese Holly Herndon, una pioniera del settore, ha composto un album con l’aiuto di un’IA già nel 2018, mentre il maestro della musica ambient Brain Eno ha sperimentato a sua volta con gli algoritmi in diverse occasioni. Sono solo alcuni esempi, e sono diversi i tentativi espressamente artistici che, anche in ambito musicale, hanno adottato vari strumenti algoritmici o di IA per la produzione: non è certo nuovo l’utilizzo di strumenti tecnologici per creare e sperimentare con nuovi suoni e per dilatare le possibilità creative da parte, soprattutto, di musicisti sperimentali. Utilizzare, tuttavia, strumenti di AI generativa come Suno, lanciato nel dicembre 2023 o Udio, nell’aprile 2024, che consentono di generare interi brani a partire da un semplice prompt testuale, è un processo profondamente diverso. Entrambe le piattaforme hanno ottenuto un grande successo, che ha però comportato anche la genesi di un’ondata di musica prodotta in questo modo e spammata sulle piattaforme di streaming.

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IA, lavoro e borsa

Alphaville 01.06.2026, 12:05

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I numeri citati dal magazine The Verge riguardano la piattaforma francese Deezer e danno la misura della portata e della crescita di questo fenomeno. Nel settembre 2025, ad esempio, il 28% dei brani caricati ogni giorno era interamente generato dall’IA, e alla fine dello stesso anno venivano pubblicate oltre 50mila tracce artificiali al giorno, una cifra pari a un terzo di tutti i caricamenti. A maggio 2026, gli autori dell’articolo stimavano che la cifra fosse arrivata a toccare circa 75mila brani al giorno. Non è questa la sede per una discussione del valore estetico e artistico della musica interamente sintetica o della legittimità di questo tipo di utilizzo dell’IA. Quel che è più interessante è osservare il fenomeno a partire dalle condizioni sociotecniche che si trovano alla base di questa marea di brani resi disponibili dall’IA, e dei paradossi che questa produzione può generare. Il caso più clamoroso ed emblematico arriva dagli Stati Uniti, e a raccontare la vicenda è stata di nuovo la rivista Time: nel 2024, un uomo del North Carolina si è dichiarato responsabile di aver generato centinaia di migliaia di brani con l’IA, e di averli fatti riprodurre dai bot sulle piattaforme di streaming musicale per miliardi di volte, incassando cifre importanti (10 milioni di dollari, secondo BBC) in quanto detentore del diritto d’autore di quelle stesse opere artificiali. Si è trattato, a tutti gli effetti, di un’operazione di spam e di monetizzazione fraudolenta – musica interamente artificiale, realizzata da algoritmi, e ascoltata esclusivamente dai bot.

Un’inchiesta della testata tecnologica 404 Media dello scorso anno ha invece trovato brani inediti generate dall’IA sulle pagine ufficiali di artisti morti, senza ovviamente il consenso degli eredi dei diritti. Tra questi, anche il cantautore country Blaze Foley, scomparso nel 1989, cui era stato attribuito su Spotify un nuovo brano, prodotto senza alcun legame con il musicista. Spotify ha rimosso la traccia. Si sono visti anche progetti interamente artificiali, che si presentavano però come band a tutti gli effetti. È il caso dei Velvet Sundown, “band” inesistente e completamente AI-generated, che ha fatto registrare più di un milione di ascoltatori al mese. Dopo settimane di smentite, i responsabili del progetto hanno ammesso a Rolling Stone di essere un esperimento costruito con Suno e di aver messo in circolazione una “art hoax”.

Gli incentivi economiche e le dinamiche delle piattaforme giocano un ruolo centrale al centro di questo fenomeno, come ha scritto il Guardian. Sulle piattaforme di streaming commerciali, ogni ascolto che supera i trenta secondi genera una royalty per chi ha caricato il brano. Spotify, come scritto di nuovo dal giornale inglese, ha dichiarato di aver già rimosso settantacinque milioni di tracce spam in un solo anno. L’attitudine delle piattaforme di streaming, ad ogni modo, sembra essere ambivalente. Nel settembre 2025 Spotify tentava di porsi come un argine al problema, parlando di filtri e di soglie minime di ascolto per distinguere la musica “legittima” da quella caricata esclusivamente per monetizzare in modi artificiali. Nel maggio di quest’anno però, scrive sempre il Guardian, Spotify e Universal Music hanno firmato un accordo che permetterà agli abbonati alla piattaforma di streaming musicale di creare cover e remix generati dall’IA a partire dai brani degli artisti inclusi nell’accordo. Per la prima volta, la piattaforma consentirà ai suoi utenti di produrre contenuti IA al proprio interno.

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Democrazie in pericolo - Intelligenza artificiale: assedio tecnologico senza regole?

60 minuti 08.06.2026, 20:45

Alex Norström, uno dei vertici dei Spotify, ha difeso la mossa in un’intervista al Financial Times, presentandola come un approccio legale e controllato e come un’alternativa allo slop stesso e alla pirateria. Soprattutto nel caso di artisti viventi, sono i musicisti a dover trovare nuove strategie per tutelarsi dai propri doppioni e fake generati grazie all’intelligenza artificiale. La popstar americana Taylor Swift ha presentato una domanda per registrare come marchio la sua voce e una sua fotografia. Si tratta, come ha scritto l’avvocato esperto di diritto d’autore Josh Gerben, di un uso assolutamente nuovo di uno strumento come quello della registrazione come “marchio”.

L’attuale Internet commerciale completamente platformizzata sembra premiare esplicitamente queste forme di inquinamento digitale, nella musica come altrove. Come ha scritto di recente The Atlantic, il libro Mood Machine della giornalista americana Liz Pelly (recentemente tradotto in italiano da EDT, nda) indaga esplicitamente questo tema: Spotify guadagna spingendo all’ascolto passivo in ogni momento della giornata, con centinaia di playlist pensate come pura “tappezzeria audio”. È questa abitudine, sostiene Pelly, ad aver preparato il terreno: lo spam algoritmico, infatti, trova terreno fertile proprio in questa forma di fruizione passiva, dove la natura della musica e il suo valore vanno in secondo piano.

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A.I. Revolution

Altri Programmi 08.05.2026, 22:05

Oltre al piano prettamente artistico, dove ci si può chiedere se l’IA possa “creare” alcunché di artisticamente rilevante - che non è quello di questo articolo - vi è anche quello infrastrutturale, che riguarda come la musica arriva sulle piattaforme, come viene fruita quali controlli funzionano e quali no e chi può trarre beneficio da queste dinamiche. In questo senso, la musica non è un caso isolato. È la stessa dinamica già vista altrove con l’IA slop, le immagini sintetiche che riempiono i social o i siti costruiti per raccogliere clic e introiti pubblicitari. Lo schema è il medesimo: si produce a costo quasi nullo una quantità enorme di contenuti, si sfruttano i meccanismi di una piattaforma, dalle raccomandazioni alle royalty per ascolto, e si monetizza l’attenzione prima che qualcuno se ne accorga. Il nodo della questione risiede nell’architettura degli incentivi sulle piattaforme. È su questo terreno, prima ancora che su quello estetico, che si decide la posta in gioco. E per ora a prevalere sembra la logica del volume, non quella dell’autore. Enshittification, direbbe Cory Doctorw.

*Philip Di Salvo è senior researcher e docente presso l’Università di San Gallo. I suoi temi di ricerca principali sono i rapporti tra informazione e hacking, la sorveglianza di Internet e l’intelligenza artificiale. Come giornalista scrive per varie testate.

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