Fanelly Ronsin, coordinatrice di progetto per Medici Senza Frontiere (MSF), ha accompagnato tredici bambini di Gaza e i loro familiari in Svizzera. Ai microfoni di RTS, ha descrive un percorso fisico, amministrativo ed emotivo estenuante, segnato dalla paura dell’ignoto, dai traumi e dall’urgenza medica.
Dopo diversi giorni di un’operazione umanitaria coordinata tra MSF e le autorità giordane e svizzere, venerdì sono infatti arrivati in diversi cantoni tredici bambini gravemente feriti o malati. Per Ronsin, che ha accompagnato il trasferimento, ogni tappa è stata “estremamente pesante per famiglie già allo stremo”.
La missione è iniziata al confine tra Palestina e Giordania. Le squadre mediche hanno preso a carico i bambini e i loro accompagnatori, prima di diversi giorni di valutazioni mediche ad Amman. “Bisognava assicurarsi che fossero in grado di volare e che gli ospedali svizzeri disponessero di tutte le informazioni”, spiega Ronsin.
Durante questo soggiorno transitorio, MSF garantiva il coordinamento logistico e medico. I suoi volontari arabofoni fungevano da ponte tra le équipe mediche e le famiglie. “Erano in prima linea per rassicurare, tradurre, spiegare ogni procedura.” Una presenza costante che richiedeva anche di ricevere il flusso di testimonianze che le famiglie, “man mano che si sentivano al sicuro”, iniziavano a confidare.
Una ricostruzione che durerà anni
Oltre ai controlli medici, il carico psicologico era il più pesante. Le famiglie vivevano “una successione di sconvolgimenti in pochi giorni, cercando allo stesso tempo di salvare i loro figli”, precisa Ronsin, ricordando che queste famiglie sono attraversate dall’ansia e dalla paura per il futuro.
“Questi traumi li segneranno per tutta la vita. Modificano la percezione del pericolo, le reazioni, i comportamenti”, ricorda la coordinatrice. Menziona in particolare una futura madre la cui gravidanza è già segnata dallo stress estremo vissuto a Gaza. “Questo può avere un impatto su un bambino che non è ancora nato”, afferma.

Ronsin aggiunge che i traumi colpiscono anche i bambini che ora associano certi oggetti o situazioni alla morte. “Penso in particolare a un bambino che, capendo che sarebbe stato trasferito in un’ambulanza, ha iniziato a piangere. Ci ha detto: ‘Ma non voglio andare in ambulanza. Nell’ambulanza che mi porterà a Ginevra, ci saranno anche dei cadaveri?’”
Per Ronsin, l’arrivo in Svizzera apre una porta, ma non guarisce nulla, perché la ricostruzione psicologica e sociale “richiederà anni e dipenderà dai cantoni, dai servizi sanitari, dal supporto psicosociale”.

Il Ticino ha accolto una bambina arrivata da Gaza
Il Quotidiano 29.11.2025, 19:00
Un’urgenza che va oltre i confini svizzeri
Se tredici bambini sono stati evacuati questa settimana, ce ne sono ancora migliaia in attesa di essere presi in carico. MSF stima che 16’500 persone necessitino di un’evacuazione medica urgente a Gaza, a causa di ferite di guerra, cancri, malformazioni cardiache. “E quasi 1’000 sono già decedute per non essere potute partire”, aggiunge.
Fa appello ai Paesi che dispongono di risorse affinché “aprano le loro porte”. Il sistema sanitario di Gaza, “totalmente distrutto”, non potrà essere ricostruito prima di anni, mentre i bisogni medici rimangono immensi. In altre parole, senza evacuazioni, le possibilità di sopravvivenza sono estremamente basse.
Un bambino ritrovato vivo al momento della sua sepoltura
Tra i racconti riportati da Fanelly Ronsin ai colleghi di RTS, la storia di un paziente molto giovane ha colpito le équipe mediche. “Si tratta di un paziente piccolissimo che ha perso una gamba per un’esplosione”, spiega. Quando è stato ritrovato, “i medici hanno creduto che questa persona fosse deceduta”.
Avvisati, i genitori avevano allora iniziato a seppellire il loro bambino, convinti che fosse morto a causa delle ferite. “Man mano che procedeva la sepoltura, si sono resi conto che il bambino era ancora vivo.”
Per le équipe di MSF, questo racconto illustra l’estrema brutalità delle condizioni in cui vivono le famiglie di Gaza. Il collasso delle strutture mediche, l’emergenza permanente e la violenza dei bombardamenti rendono a volte impossibile una valutazione precisa e rapida dei sopravvissuti.
Alcuni mesi dopo, il bambino fa parte dei pazienti evacuati in Svizzera. Per Fanelly Ronsin, questo racconto rimarrà a lungo impresso. “È una delle storie che resteranno con noi”, confida. Simboleggia, secondo lei, “ciò che queste famiglie hanno dovuto attraversare” prima di trovare un rifugio temporaneo.
https://rsi.cue.rsi.ch/info/svizzera/Un-approccio-scientifico-per-riparare-la-sanit%C3%A0-a-Gaza--3308417.html

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