Svizzera

Donne nell’esercito svizzero, 40 anni di storia

Livia Trojani è primo tenente, Sybille Freudweiler-Haab colonnello: due esperienze di una presenza ancora minoritaria, ma in crescita.

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Donne nell'esercito, 40 anni di storia

Prima Ora 24.02.2026, 18:00

Di: Prima Ora - LP 

Oggi Livia Trojani è primo tenente dell’esercito svizzero. Il suo grado e la sua funzione sono uguali a quelli di altri ufficiali; le armi che ha in dotazione sono le stesse dei suoi commilitoni. “È logico”, si potrebbe pensare. E invece non è così: è il risultato di un lungo percorso.

La presenza femminile per l’esercito affonda le radici nel secolo scorso, tra associazioni e strutture parallele. L’ultima di queste, il servizio complementare femminile (SCF), è rimasto attivo fino al 1986. Da lì, il cambiamento è stato progressivo: prima la trasformazione in servizio militare femminile, poi (nel 1995) la nascita del servizio donne dell’esercito.

Con la riforma Esercito XXI, nessuna funzione è preclusa alle donne: stessa durata di servizio, stesso armamento, stesse missioni all’estero. Un solo elemento distingue ancora il percorso femminile: l’arruolamento, che rimane volontario.

Quando il reclutamento non è un dovere

Nei primi due corsi di ripetizione del 2026, su 15’432 militari tra reclute e quadri, 377 erano donne: il 2,4%. Una percentuale in linea con l’anno precedente, quando si attestava al 2,6%. Una presenza ancora minoritaria, ma in lenta e stabile crescita.

Tra le donne, troviamo anche il primo tenente Livia Trojani, ospite a Prima Ora. La scelta non era scontata: “Fino ai vent’anni non ci avevo nemmeno pensato. Poi un’amica è andata a fare la soldata. È la prima volta che mi sono detta: «perché non io?»”. A convincerla, anche il contesto — la voglia di qualcosa di diverso, durante la pandemia — e una domanda più profonda sul ruolo delle donne nella difesa del Paese: “Volevo farmi una mia opinione, anche di me stessa, e mi son detta: «Mi butto e vediamo»”. 

Una strada intrapresa anni prima anche da Sybille Freudweiler-Haab, colonnello. “Sono cresciuta in una famiglia dove fare il servizio militare era completamente normale: mia mamma aveva fatto servizio militare, mio padre, mio fratello...”, spiega. “Ero giovane, era interessante provare qualcosa di nuovo e quindi ho detto «sì», e ho partecipato con grande piacere”.

Non solo hanno deciso di entrare nelle forze armate, ma anche di avanzare. “Mi sono trovata bene nel sistema. Avevo un ruolo, avevo sempre più responsabilità e questo mi faceva sentire bene”, racconta Trojani. “Poi ho incontrato tantissima gente con lingue e origini diverse. Ho visitato la Svizzera”, scoprendo posti piccoli e nascosti, “che adesso conosco benissimo”.

La discriminazione

Il cammino, però, non è privo di ostacoli. La discriminazione esiste, anche se spesso si manifesta in forme sottili. “Non sono cose frontali”, ammette Trojani. “Sono piuttosto commenti, battute che possono sembrare piccole, ma quando le senti ogni giorno hanno comunque un effetto”. A cui si aggiunge la necessità di dimostrare il proprio valore: “Gli uomini ci vedono arrivare da donna, da tenente, si dicono: «vediamo cosa vale». Hanno sentito cose e magari hanno dei pregiudizi”.

Una dinamica confermata da Freudweiler-Haab, che ha vissuto la propria carriera prima dell’era MeToo: “La discriminazione c’è nell’esercito come nella società. L’esercito ne è sempre uno specchio”.

Sul valore aggiunto portato dalle donne, entrambe sono caute ma concordi: uomini e donne pensano in modo complementare. “Hanno un modo diverso di pensare, di reagire, di valutare una situazione: se lavorano insieme il risultato è sempre molto buono”, osserva Freudweiler-Haab. “Spesso non si risponde alla stessa cosa allo stesso modo”, aggiunge Trojani. “Penso che sia un buon indicatore che non si pensa allo stesso modo”.

La giornata informativa

Un nodo rimane aperto: la giornata informativa. Oggi le donne che vogliono informarsi sul servizio militare devono farlo quasi “di nascosto”, osserva Freudweiler-Haab: “Una donna oggi, per partecipare alla giornata informativa, deve chiedere congedo al suo datore di lavoro o alla scuola”.

Una situazione che entrambe vorrebbero cambiare. Per Trojani la risposta è semplice: “Abbiamo tutte il diritto di avere informazioni. Una giornata informativa obbligatoria avrebbe senso già solo per questo”. E non si tratta solo dell’esercito: “C’è anche la protezione civile, che ha la sua utilità nella società”. L’idea non è necessariamente rendere obbligatorio il servizio, ma abbattere la soglia d’accesso all’informazione.

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