Nella Svizzera italiana capita ancora di sentire parlare dialetto al bar, in strada, in famiglia o in alcune occasioni informali. In Romandia, invece, la situazione è molto diversa. Soprattutto nel Canton Vaud, il “patois” locale è ormai quasi scomparso dall’uso quotidiano.
Proprio per evitare che questo patrimonio linguistico venga dimenticato, i servizi culturali di Vallese, Friburgo, Giura e Vaud hanno lanciato una piattaforma online dedicata ai patois romandi. Nessuno si illude davvero di poter trasformare il patois in una lingua delle nuove generazioni. La sfida è piuttosto quella di trasmettere consapevolezza, curiosità e accesso a un patrimonio culturale che rischia di restare confinato negli archivi.
Ed è proprio questo il senso del lavoro portato avanti anche dagli “Amici del patois vaudois”, associazione presieduta da Nicole Jaton Herman. I membri sono circa 150: non tutti parlano il patois, ma molti lo capiscono o sono interessati a conoscerlo.
In Romandia, e in particolare nel Canton Vaud, il dialetto ha pagato a lungo il prezzo dello stigma sociale. Per decenni, parlare patois è stato associato a un’origine contadina, a un basso livello d’istruzione, a una condizione da superare. La lingua dominante è stata percepita come uno strumento di promozione sociale, mentre il dialetto è diventato qualcosa da nascondere. Ancora oggi, racconta Nicole Jaton Herman, può capitare che alcune persone non vogliano ammettere di parlarlo, quasi per imbarazzo. La stessa presidente dell’associazione ha scoperto solo tardi che suo padre parlava dialetto. Una scoperta personale che l’ha spinta ad approfondire, fino a trasformare quella memoria familiare in un impegno culturale.
Una lingua finita nel “margine d’errore”
In Vallese o nel Canton Friburgo il patois si può ancora sentire, almeno in certi contesti. Nel Canton Vaud, invece, è ormai molto difficile imbattersi in una conversazione spontanea.
È difficile anche stabilire quante persone parlino ancora patois in Romandia. La nuova piattaforma patoisromand.ch lo spiega con una formula ironica ma efficace: statisticamente è quasi impossibile saperlo, perché il numero dei parlanti è talmente basso da rientrare nel margine d’errore delle rilevazioni.
Eppure questo non significa che l’interesse sia del tutto scomparso. Anzi, secondo chi si occupa di patois, la curiosità può arrivare anche dai giovani. Non tanto per usare il dialetto come lingua quotidiana, quanto per ritrovare radici, identità, legami con un territorio in un mondo percepito come sempre più globalizzato. La piattaforma intercantonale va proprio in questa direzione: offre materiali, archivi, contenuti e anche lezioni, permettendo a chi vuole di avvicinarsi a una lingua che non è più davvero viva nella società, ma che continua a dire qualcosa sulla storia delle comunità romande.
In Ticino un dialetto più vivo, ma meno locale
Il confronto con la Svizzera italiana apre un’altra domanda: cosa sta accadendo in Ticino e, più in generale, nel rapporto tra dialetto e società? Secondo Paolo Ostinelli, direttore del Centro di dialettologia di Bellinzona, il quadro svizzero è molto differenziato. I dialetti più vitali restano quelli della Svizzera tedesca, dove lo Schwyzerdütsch continua a essere usato in molti ambiti della comunicazione, non solo familiari. Nella Svizzera italiana la presenza del dialetto è più ridotta, ma comunque significativa.
Per Ostinelli, più che parlare di “salvaguardia” in astratto, bisogna guardare all’uso reale della lingua. Un dialetto vive se viene trasmesso da una generazione all’altra. Anche in Ticino, come altrove, nella seconda metà del Novecento c’è stato un periodo in cui il dialetto è stato percepito come qualcosa da superare. Pesavano ragioni di prestigio sociale e anche convinzioni pedagogiche oggi superate, come l’idea che parlare dialetto potesse ostacolare l’apprendimento corretto dell’italiano.
Quella fase è passata, ma ha lasciato tracce. I dati disponibili indicano che nella Svizzera italiana circa un quarto della popolazione parla ancora dialetto in ambito familiare. Molto meno, invece, negli ambienti professionali o nelle situazioni formali. Si tratta comunque di una quota non trascurabile: decine di migliaia di persone continuano a usare il dialetto, almeno in casa o in contesti di prossimità.
Ma anche qui il dialetto sta cambiando. Le varietà locali che per secoli hanno caratterizzato paesi, valli e regioni sono sempre meno usate. Il dialetto parlato oggi tende spesso ad assomigliare a una forma più unitaria, meno radicata nelle differenze locali. In altre parole, non scompare soltanto il numero dei parlanti: cambia anche il tipo di dialetto che viene parlato.
Il calo, secondo Ostinelli, è fisiologico. Non sembra esserci una vera rinascita generalizzata. Tuttavia emergono qua e là nuovi usi, soprattutto nel linguaggio giovanile, nei media non tradizionali, in forme comunicative più informali o identitarie. Alcuni linguisti parlano di “risorgenze”. Non un ritorno pieno del dialetto, quindi, ma segnali che mostrano come esso continui a essere percepito come un codice valido in certi ambiti.
Il dialetto: meno parlato, più di moda tra i giovani e sui social
Kappa in libertà 06.03.2026, 17:50
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