Il rientro sui banchi è particolarmente difficile per molti studenti delle scuole superiori, soprattutto in Vallese ma anche nel Canton Vaud, dove il liceo di Chamblandes a Pully è stato duramente colpito dalla tragedia di Crans-Montana. Ragazzi che non ci sono più, altri tra i feriti gravi: un ritorno in aula segnato dall’assenza e dall’incertezza, in cui la quotidianità scolastica deve trovare spazio per il dolore. In questo contesto sono state attivate cellule psicologiche a supporto di studenti, docenti e famiglie, con l’obiettivo di accompagnare l’avvio del lutto e contenere l’impatto emotivo di un evento che non riguarda solo i singoli, ma l’intera comunità scolastica.
Alberto Pellai, medico e psicoterapeuta dell’età evolutiva, al Telegiornale della RSI ha spiegato come questo genere di eventi porti a un effetto che la psicologia chiama di “traumatizzazione collettiva”. Da qui l’esistenza di protocolli di intervento comunitario, possibilità a cui le scuole possono fare ricorso.
Tra i temi più delicati, nella vita concreta della classe, ce n’è uno che emerge con forza: cosa fare del banco di chi non c’è più? Pellai lo indica come un possibile punto di appoggio simbolico e operativo, un luogo che può aiutare a non restare paralizzati: “Può essere un luogo di memoria attiva dove i ragazzi, quando ne sentono il bisogno, possono scrivere un ricordo bello del loro compagno”.
L’idea, spiega, è offrire una modalità che trasformi l’impotenza in gesto condiviso: “E questa è una modalità con cui non si rimane travolti, in balia, impotenti, ma ci si sente attivi e capaci di generare un ricordo attivo”. Un ricordo che riconosce la perdita senza cancellare il legame, “che vuol dire non ti posso più amare in presenza, continuo ad amarti in assenza”.
Come accompagnare gli adolescenti in questo momento doloroso, evitando che il silenzio diventi isolamento? Pellai è netto: “Credo che la cosa più importante sia non avere paura di parlarne e di tenerlo come uno dei temi di cui la scuola parla periodicamente con la propria classe”. Non un discorso fatto una volta sola, ma un percorso che dia continuità e linguaggio alle emozioni. In questa direzione, propone una pratica che richiama l’idea di un accompagnamento nel tempo, come una sorta di diario delle emozioni che può accompagnare l’esperienza di classe in questo anno scolastico.
Il punto, nel suo ragionamento, è anche educativo ed è rivolto a insegnanti, operatori, genitori, che devono mostrare di poter reggere il tema senza rimuoverlo. Sono loro, dice, a dover far vedere “di non avere paura di portare un tema doloroso, di maneggiare quel dolore all’interno del gruppo”. E l’obiettivo non è solo contenere, ma trasformare fornendo ai giovani poi lo strumento migliore, “cioè trasformare emozioni intense e compresse dentro di noi in narrazioni condivise e in parole che costruiscono significati che non tengono imprigionati dentro vissuti emotivi negativi”.
Accanto al lavoro che riguarda gli studenti, resta però un nodo che tocca il mondo adulto e che tocca da vicino la paura per i propri figli e il rischio di una protezione eccessiva dopo eventi così drammatici. Pellai avverte che “fatti di questo genere portano spesso noi adulti ad attivare meccanismi di iper-controllo e iper-protezione, come se noi fossimo responsabili di tenere sotto controllo ciò che in realtà spesso si chiama destino avverso”. Anche quando si cerca un senso, la realtà può essere brutale e un genitore alle volte non può fare nulla dentro alla vita di un proprio figlio per prevenire il peggio.
Da qui una precisa comunicazione dello psicoterapeuta che invita a non restringere la crescita proprio nel momento in cui la paura vorrebbe chiudere tutto. “Il mio messaggio al mondo adulto è di rimanere un mondo fatto di capitani coraggiosi che in questo tempo non limitano lo spazio di autonomia, di libertà, di esplorazione del mondo dei propri figli”. Perché, avverte, “il rischio è quello di intrappolare il bisogno di crescita dei nostri figli dentro a un’ansia iper-protettiva che l’adulto non sa regolare”. E conclude con un’immagine precisa del ruolo educativo, quella dell’adulto come “un allenatore alla vita che non usa la propria ansia protettiva per definire le caratteristiche del percorso di crescita di un figlio”.

Crans-Montana: cosa sappiamo finora
Telegiornale 04.01.2026, 20:00









