Dalla strage di Crans-Montana, avvenuta il primo gennaio, per la Svizzera sono stati giorni di orrore, di dolore, di condivisione e di tante domande che restano ancora senza risposte convincenti. La procura vallesana sta indagando e Jacques Moretti, proprietario del bar “Le Constellation”, luogo in cui si è consumata la tragedia, è agli arresti. L’inchiesta è solo agli inizi e sarà lunga. Ma intanto un dato è certo: nella memoria di tutti ci sarà, sempre, un prima e un dopo Crans-Montana.
Ma la memoria ci riporta anche a 15 anni fa: alla strage di Marrakech, dove, in un attentato terroristico al Caffè Argana, persero la vita i tre giovani ticinesi Corrado Mondada, André Da Silva Costa e Cristina Caccia. 60 Minuti ha intervistato Morena Pedruzzi, sopravvissuta a quell’attentato e amica delle tre vittime.
L’imprevedibilità della vita
Spesso si pensa a quanto la vita sia imprevedibile. Ci sono eventi che non dipendono dalla nostra volontà, che non si possono prevedere: “possono succedere a qualsiasi persona; quindi anche a chi si comporta bene, a chi fa le cose giuste, ai bravi, ai buoni”, afferma Morena Pedruzzi, “purtroppo nessuno può scamparla quando succedono queste tragedie”.
“La frase ‘ve la siete cercata in Marocco’, l’ho ricevuta anche io, troppe volte”, ma è “un po’ un’illusione pensare che solo se fai qualcosa di sbagliato succedano queste cose”. “In realtà non abbiamo fatto assolutamente niente di sbagliato, come questi ragazzi (le vittime di Crans-Montana ndr)“. Queste affermazioni possono ferire le vittime, non le aiutano e non sono costruttive. “Non andrebbero dette”. La vita “non funziona così. Sarebbe facile dire ‘te la sei cercata e hai ottenuto quello che meriti’. In realtà non è così”.
Quando accadono eventi come quello di Crans-Montana “è importante dare spazio al dolore (…) è importante condividerlo con altre persone, con i familiari, con chi ha vissuto qualcosa di simile, con chi sta soffrendo allo stesso modo”. Si tratta di rituali che, secondo Pedruzzi, possono aiutare a elaborare il lutto e a capire quello che è successo.
A Morena Pedruzzi manca però un pezzo di memoria e lutto condiviso poiché, a causa delle condizioni cliniche, non ha potuto partecipare ai momenti di condivisione e di cordoglio organizzati nel 2011 per commemorare i suoi amici. “Ho seguito tramite i media, tramite amici e mio fratello, che era un po’ il mio inviato in Ticino”, e così Pedruzzi ha potuto vivere, anche se a distanza, i momenti in memoria dei propri amici.
Andare avanti dopo un trauma, un lavoro molto difficile
Come si può pensare di andare avanti dopo un trauma simile, con un futuro così incerto? “Immaginarlo è quasi impossibile”, spiega Pedruzzi. Non ci si può preparare a tali situazioni, quindi occorre affrontarle poco alla volta. “Non bisogna guardare troppo lontano. Perché? Perché fa paura guardare lontano, perché sembra che non si avrà mai più una vita rispetto a quella che è stata tolta”. Perciò bisogna pensare al presente e appoggiarsi alle persone più care, soprattutto alla famiglia e al personale specializzato.
In questi casi, per andare avanti, bisogna lavorare molto sulla mente e sullo spirito, anche se Morena Pedruzzi pensa di non aver ancora finito di farlo. Come ci si può ricostruire allora? “L’importante, secondo me, è proprio non fermarsi, quindi continuare a fare dei passi. Provare, anche quando è difficile, anche quando ci sono giorni in cui non si avrebbe nessuna voglia, nessun desiderio di stare al mondo”. Questo, in un quadro di ricerca continua, di sforzi e motivazioni che diano la possibilità di fare una vita dignitosa, ricostruendo una normalità. “Purtroppo non si ritorna indietro”, ma una nuova e ritrovata normalità “dà sicurezza e senso all’esistenza”.
Di questa esperienza Morena Pedruzzi ne parla in un libro scritto cinque anni fa, intitolato “Risollevarsi: la mia vita dopo un attentato terroristico”. Scrivere questo testo non ha fatto guarire la giovane ma, come lei stessa afferma, è stato un elemento “importante e da subito mi sono resa conto che era sì la mia storia, ma anche quella di tante persone, di un cantone intero. Un modo per restituire qualcosa a tutti quelli”, che erano presenti in quel momento.








