La guerra in Ucraina, entrata oggi, martedì, nel suo quinto anno, ha finora provocato tantissimi morti fra i soldati di entrambi i fronti. E nel Paese aggredito dalla Russia sono 14’000, secondo fonti dell’ONU, i civili morti in questi 4 anni di conflitto. Quattro anni di sofferenze umane, di lutti, di drammi famigliari e di “distruzione di società”, sottolinea Ignazio Cassis, intervistato dal Telegiornale, rammentando che “ci vorranno due, tre generazioni per superare le ferite profonde che una guerra lascia” nel tessuto sociale.
Sono stati 4 anni complessi anche per il ministro degli esteri e per il Consiglio federale. E le critiche interne su come si è comportata la Svizzera non sono mancate. Ma il responsabile del DFAE ha dei rimproveri per non aver fatto qualcosa in questi 4 anni? “Sarebbe sbagliato immaginare di poter governare un Paese senza entrare in un dibattito critico”, risponde Cassis, osservando che altrimenti “saremmo in una dittatura e non in una democrazia”. Detto questo, “siamo sempre attenti anche a ciò che viene detto”, a quali idee vengono espresse “e alcune cose riescono anche ad arricchire la riflessione”. In questi 4 anni, quindi, “abbiamo fatto molto secondo me”, ma “la guerra va avanti”.
Quindi, è stato fatto qualcosa di sbagliato, o non è stato fatto qualcosa? “Non bisogna neanche avere delle aspettative lunari di fronte ad un Paese come la Svizzera: sappiamo fin dall’inizio che non saranno i piccoli Paesi a far smettere questa guerra”, ma bensì “l’impegno delle grandi potenze”, risponde il ministro.
Non rivestire solo il ruolo di consigliere federale, ma anche di presidente dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE) aiuta? “Rappresentando un’organizzazione di 57 Stati” e che “copre un miliardo e mezzo di popolazione”, si ha naturalmente “un’altra legittimazione” rispetto a quella di “un ministro degli affari esteri di un Paese di 9 milioni di abitanti”. Cassis precisa però che “se posso oggi assumere questo ruolo è grazie al lavoro costruito” in qualità di ministro degli esteri della Svizzera. Ricorda quindi le passate conferenze di Lugano, del Bürgenstock e di Losanna, come pure “tutti gli sforzi che abbiamo fatto, con tutte le difficoltà e con tutta la sensazione di impotenza che dobbiamo, ahimé, gestire nel migliore dei modi”.
Il responsabile del DFAE è stato recentemente a Mosca: forse la Russia si fida adesso un po’ di più della Svizzera? “Sarei molto prudente a parlare di fiducia in questo momento: secondo me non c’è nessuna fiducia, ma forse c’è meno sfiducia se si cerca il dialogo”. Recentemente, però, le trattative trilaterali fra Russia, Ucraina e Stati Uniti si sono spostate a Ginevra. E le reazioni sono state molto diverse. Come interpretare tutto ciò? “Per prima cosa”, osserva Cassis, “direi che bisogna sempre stare attenti”, sottolineando che “quello che si comunica non necessariamente è quello che si pensa o si fa”. C’è quindi anche “l’utilizzo della comunicazione quale strumento di guerra” e ciò va tenuto ben presente. Di sicuro “non parlarsi non permette di avanzare”, ma “vediamo che anche parlarsi non permette di avanzare facilmente”.
Ma il ruolo degli Stati Uniti, con la seconda amministrazione Trump, è diventato meno chiaro? “Diciamo che gli Stati Uniti hanno giocoforza un ruolo fondamentale in molte guerre nel mondo”, vista la loro forza militare. E l’attuale presidente “vuole giocare un ruolo in queste guerre, lo sta giocando” e ha naturalmente bisogno “dopo aver fatto il grosso del lavoro, che altri vadano ad occuparsi un po’ dei dettagli”. E la Svizzera, evidenzia Cassis, ha in questo senso una sua funzione: proprio quella di “occuparsi dei dettagli, che lasciano indietro le grandi potenze”.
In ottica futura, allora, il ministro degli esteri è ottimista? “In questo momento, a breve termine, sono piuttosto ottimista”, perché “vedo e leggo che c’è un aumento di intensità di dialogo un po’ a tutti i livelli”. Potrebbe quindi essere “la volta buona” per “fare un passo avanti”, per “mettersi d’accordo su una serie di principi sui quali poi costruire un vero e proprio piano”, conclude il consigliere federale.











