Venticinque interventi nei suoi 45 anni d’esistenza, un dispositivo attivabile 365 giorni all’anno 24 ore su 24 e modulabile in funzione delle necessità. Il tutto nel rispetto dei più alti standard internazionali. È la Catena svizzera di salvataggio (Swiss Rescue in inglese), che fa capo all’Aiuto umanitario della Confederazione. L’organizzazione, composta da organizzazioni civili, militari e private, è intervenuta anche durante il terremoto in Venezuela di un mese fa.
Abbiamo incontrato uno dei soccorritori che si è recato proprio in Sudamerica. È Stefano Meroni, ticinese residente nel Canton Berna. Le immagini che restano nella mente dopo una devastazione di tale portata, le emozioni che mutano col passare dei giorni, il racconto di cosa succede quando arriva l’allerta e le ore precedenti la partenza. Tutto questo, con puntuali focus su questo dispositivo di prestigio della Confederazione, nell’intervista.
A un mese dal terremoto in Venezuela, il bilancio con i soccorritori svizzeri
SEIDISERA 24.07.2026, 18:00
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Sono passate alcune settimane dal terremoto in Venezuela e quindi dal vostro impiego come Catena svizzera di salvataggio. Stefano Meroni cosa le è rimasto più impresso?
“Le immagini che restano impresse nella mente sono quelle di una distruzione quasi totale ma nel contempo ‘settoriale’. È quasi difficile da spiegare. Nel tragitto tra l’aeroporto dove eravamo atterrati e la zona dove poi abbiamo costruito la nostra base operativa, abbiamo costeggiato Caracas (e anche altri quartieri prima di Caracas) e abbiamo visto zone dove tutto era ancora perfetto, per poi improvvisamente passare alla distruzione totale. È questo contrasto che mi è rimasto molto in testa“.

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Ci sono anche immagini fissate nelle fotografie da lei scattate. Ce n’è una con un palazzo schiacciato, sembra un tramezzino, se posso utilizzare questa immagine, e ci sono questi sei, sette, otto piani che paiono strati di un millefoglie. Quando il palazzo poteva essere alto decine e decine di metri. Voi cosa dovevate fare in quelle circostanze?
“È corretto. Il termine ‘millefoglie’ o ‘sandwich’ sono usati anche in gergo tecnico quando si vedono chiaramente tutti i piani sovrapposti uno all’altro. Come prima cosa di solito partono i cani, che ci aiutano nella ricerca degli odori e poi, una volta più o meno individuato il luogo dove potenzialmente ci può essere la vittima, il nostro compito consiste nel partire dall’alto per scavare un buco sempre più profondo, finché si arriva alla vittima“.
Un edificio "schiacciato"
Voi non siete riusciti a trovare superstiti e nelle interviste che aveva rilasciato al termine dell’intervento diceva che questo lascia un grande senso di amarezza. È ancora viva questa sensazione?
“Sì e no. All’inizio è una frustrazione perché andiamo lì per salvare vite. Poi però bisogna cercare di ragionare a 360 gradi. Per me oggi non è più una frustrazione: il fatto di essere presente sul posto, tentando qualcosa, è già un sollievo gigantesco per la popolazione“.
Ci racconti come è avvenuta la partenza e come si è sviluppato l’intervento.
“Beh al mattino presto abbiamo ricevuto tutti l’allarme sui nostri telefoni cellulari. In quelle circostanze, prima di confermare o meno la nostra partecipazione, bisogna valutare diversi aspetti: sono pronto psicologicamente e fisicamente per un impiego del genere (ci era stato comunicato che la durata poteva essere di 10 giorni)? Il datore di lavoro è d’accordo che mi assenti? Anche con la famiglia bisogna vedere se tutto può essere organizzato. L’allarme viene mandato agli aderenti alla Catena di salvataggio che si trovano nei quattro angoli del Paese e che hanno lo status ‘operativo’ (pronti all’impiego, ndr). Ci sono però anche dei pre-requisiti richiesti tutto l’anno (determinate vaccinazioni, un controllo medico, il benestare del datore di lavoro, ecc.). Scattato l’allarme, in parallelo si costituisce pian piano l’organigramma di tutta la Catena svizzera di salvataggio. Le funzioni sono tante e ben distinte e c’è anche un numero chiuso. Non è per esempio possibile partire in 200“.
In questo caso siete partiti in 80.
“In 80 con otto cani da ricerca e circa 17 tonnellate di materiale tutto incluso: cucina, materiale medico, materiale tecnico di salvataggio per lavorare sulle macerie, telecomunicazioni“.
I soccorritori arrivati dalla Svizzera
Con cosa viaggiate?
“Abbiamo una convenzione con Swiss. Di regola voliamo con uno dei loro mezzi“.
Proseguiamo. Siete arrivati a Caracas... come vi siete organizzati?
“Ci sono le autorità locali che mettono in piedi un sistema di crisi, una sorta di cellula che si occupa dell’arrivo dei team internazionali. In quel caso sono stati loro a indicare un aeroporto ancora utilizzabile (quello di Caracas non lo era). Una volta atterrati è poi partita tutta la grande macchina. Sempre le autorità locali, in collaborazione con, di regola, uno, due o tre persone delle prime squadre che arrivano sul posto, accolgono tutti i team internazionali. Parallelamente viene creata un’altra cellula che si occupa del lato operativo, quindi dove mandare i team, in quali settori e per quali attività“.
I soccorritori al lavoro tra le macerie
Lei mi ha mostrato anche un’altra immagine. È quella della vostra base operativa, che si trovava in uno stadio.
“Esatto uno stadio di baseball“.
Si vedono le vostre tende, che erano vicine ad altri team internazionali.
“Esatto vicino a noi c’erano i vigili del fuoco italiani, la Croce Rossa venezuelana, un team dalla Colombia, dal Cile, dalla Spagna, dall’Austria, dalla Germania“.
La base operativa è stata allestita all'interno di uno stadio, assieme alle squadre di altri Paesi
In una delle interviste che aveva rilasciato alla RSI diceva che la comunicazione fra le diverse squadre era agevolata dallo scopo e dagli intenti di ognuno.
“Sì, sono cose che senza grandi spiegazioni funzionano da sole. Se non è con l’inglese, si comunica a gesti o anche solo con un semplice sguardo. È qualcosa di automatico e facile“.
Cosa invece è stato meno facile?
“In questo tipo di catastrofi Internet e la rete telefonica non funzionano. Quindi quando una squadra parte per andare in un determinato settore, mantenere la comunicazione con la base operativa non è sempre facile. A sua volta la base operativa deve anche comunicare con l’esterno per aggiornare su quello che la squadra svizzera ha svolto nelle ore precedenti“.
Swiss Rescue è tornata indietro ma l’impegno svizzero non è terminato. Come si è deciso di portarlo avanti?
“Sono stati inviati degli specialisti da parte dell’aiuto umanitario svizzero. Questi specialisti, ad esempio, trattano tutto quello che è l’acqua, i servizi igienico sanitari e hanno lavorato (o ancora lavorano) in collaborazione con diversi ospedali nella regione della Guaira, dove c’è stato l’epicentro del terremoto. Altri specialisti sono attivi nell’assistenza sanitaria, altri ancora negli aiuti economici“.

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Torniamo sulla Catena svizzera di salvataggio, magari facendo un passo indietro: da quando esiste, quanti aderenti conta?
“La catena svizzera Salvataggio è stata fondata nel 1981 e da allora ha svolto circa 25 impieghi in tutto il mondo: diverse volte in Grecia, diverse volte in Turchia, poi Messico, Algeria, ecc. Come detto, quando si parte l’impiego è limitato a 80 persone ma dietro c’è una decina di gruppi specialistici (salvataggio, logistica, supporto, ecc.) che contano centinaia di persone. E ognuno ha la propria vita. Ci può essere il pompiere, come l’esperto in materiali pericolosi, ingegneri, medici. Il punto forte della catena svizzera di salvataggio è che attinge alle conoscenze personali civili di ognuno“.
Ed è un’esperienza che lei consiglia?
“Totalmente, per tutto. Sono delle esperienze indescrivibili, indelebili, che fanno crescere a livello personale chiunque“.

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