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Svizzera e USA: il legame delle “repubbliche sorelle”

Dall’Indipendenza americana di 250 anni fa ai dazi di Trump, dai pensatori illuministi alla Costituzione federale del 1848: la storia di un rapporto speciale segnato da valori comuni e crisi

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Svizzera e Stati Uniti: due ‘repubbliche sorelle’ tra affinità storiche e divergenze contemporanee

Svizzera e Stati Uniti: due ‘repubbliche sorelle’ tra affinità storiche e divergenze contemporanee

  • Keystone
Di: Diego Moles 

Il 4 luglio 2026 gli Stati Uniti celebrano i 250 anni dalla Dichiarazione d’indipendenza. È un anniversario storico che spinge a ripercorrere i legami profondi con la Svizzera. I due Paesi sono molto distanti per dimensioni e peso geopolitico, ma la storia (al di là delle tensioni) li unisce sotto una definizione evocativa. Fino all’inizio del XX secolo, gli Stati Uniti e la Svizzera erano infatti conosciuti come “repubbliche sorelle”.

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250 anni d’indipendenza USA

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  • Sergio De Laurentiis

Una lettera da Bienne a Benjamin Franklin

Questo concetto non è nato per caso. Il 14 aprile 1778, lo studioso e politico bernese Jean-Rodolphe Vautravers scrisse una lettera all’amico Benjamin Franklin di cui fu traduttore in tedesco. Nella missiva a uno dei Padri fondatori degli Stati Uniti, l’erudito esortò le due Nazioni a rimanere unite come due repubbliche sorelle (“Let us be united as sister republics”), in un’epoca in cui l’Europa era ancora dominata dalle grandi monarchie. Da quel momento, la parentela politica è diventata il simbolo delle relazioni bilaterali tra Washington e Berna (per maggiori dettagli su questa corrispondenza e sul contesto dell’epoca, consultare l’approfondimento di SWI swissinfo.ch Svizzera e Stati Uniti, un tempo sorelle).

La Dichiarazione d’Indipendenza sottoscritta dal Secondo Congresso Continentale il 4 luglio 1776 a Filadelfia

La Dichiarazione d’Indipendenza sottoscritta dal Secondo Congresso Continentale il 4 luglio 1776 a Filadelfia

I filosofi svizzeri e la “ricerca della felicità”

Il legame tra i due Paesi affonda le radici nella filosofia dell’Illuminismo. Come sottolinea un articolo dello storico René Roca nel blog del Museo nazionale svizzero “i mondi politici, economici e culturali delle due sponde dell’Atlantico mantengono legami privilegiati [...] dal XVII secolo ai giorni nostri”. Si è creato un vero e proprio “sistema circolatorio atlantico delle concezioni dello Stato moderno”, secondo la formula coniata dal celebre specialista svizzero di diritto pubblico e storia costituzionale Alfred Kölz.

In questo flusso di idee, i pensatori della Svizzera romanda hanno svolto un ruolo decisivo. Il filosofo ginevrino Jean-Jacques Burlamaqui (discendente dei Burlamacchi di Lucca) e il giurista di Neuchâtel Emer de Vattel hanno influenzato direttamente i Padri fondatori americani. Fu proprio il filosofo ginevrino a formulare per primo il concetto della “ricerca della felicità” come diritto naturale dell’essere umano. Lo statista Thomas Jefferson riprese questa idea e la inserì nel testo della Dichiarazione d’indipendenza del 1776.

La Costituzione del 1848: il modello americano a Berna

Le influenze reciproche sono diventate ancor più concrete quando la Svizzera ha dovuto ridisegnare le proprie istituzioni. Il 12 settembre 1848 nacque lo Stato federale moderno con l’adozione della prima Costituzione federale, un momento storico raccontato nel blog ufficiale del Parlamento svizzero.

I padri costituenti elvetici cercavano una formula per unire i Cantoni senza cancellare le loro autonomie. L’impulso decisivo arrivò da Ignaz Paul Vital Troxler, medico e filosofo liberale di Lucerna. Il pensatore propose di copiare il sistema bicamerale degli Stati Uniti. L’Assemblea federale nacque così sul modello del Congresso americano: il Consiglio nazionale corrisponde alla Camera dei Rappresentanti, mentre il Consiglio degli Stati è lo specchio del Senato.

Tuttavia, la Svizzera decise di non adottare una presidenza forte come quella americana. Scelse invece un esecutivo collegiale di sette membri, basato sul consenso e sulla condivisione del potere. Il principio centrale rimane però identico: la sovranità appartiene al popolo.

Condoglianze a Lincoln e l’esportazione della democrazia

La vicinanza tra i due Paesi si è manifestata anche nei momenti drammatici. Nel 1865, dopo l’assassinio del presidente Abraham Lincoln, ben 20’000 cittadini svizzeri firmarono una lettera di condoglianze destinata al governo di Washington. Si trattò di un gesto straordinario per l’epoca, che dimostra quanto il popolo elvetico si sentisse vicino al destino dell’Unione.

Alla fine del XIX secolo, l’influenza si spostò nella direzione opposta. Il socialista zurighese Karl Bürkli divenne il promotore dei diritti popolari svizzeri negli Stati Uniti. Con i suoi scritti ispirò il movimento populista americano, che spinse per l’introduzione della democrazia diretta. Grazie a questo scambio, circa la metà degli Stati americani utilizza oggi strumenti simili al referendum e all’iniziativa popolare.

Una vicinanza politica ma non solo

La relazione tra Svizzera e Stati Uniti non si è costruita solo sulle idee. Tra il 1700 e il 2000, circa 460’000 svizzeri emigrarono negli USA, contribuendo alla vita economica e culturale del Paese. Oggi, gli Stati Uniti ospitano la più grande comunità elvetica al di fuori dell’Europa, con circa 85’900 persone con passaporto rossocrociato censite a fine 2025, come si apprende dalle statistiche sugli svizzeri all’estero del Dipartimento degli affari esteri.

Sei crisi che hanno raffreddato i rapporti

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Segreto bancario sotto attacco

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Nonostante i valori condivisi, gli strettissimi legami economici e vari partenariati fondamentali come quelli nel campo della tecnologia sottolineati nelle pagine ufficiali della Confederazione, le relazioni recenti sono state segnate da forti tensioni che hanno incrinato il rapporto storico tra le “repubbliche sorelle”. Sebbene la Svizzera abbia tutelato gli interessi degli USA in diversi Paesi (come a Cuba dal 1961 al 2015 o in Iran dal 1980) e abbia talvolta agito come mediatrice, i momenti chiave della politica estera degli ultimi decenni sono stati di natura più conflittuale.

I momenti di rottura più significativi tra Svizzera e Stati Uniti dal dopoguerra sono stati almeno sei:

L’oro nazista e l’accordo del 1946: Durante la Seconda guerra mondiale, la Svizzera mantenne scambi commerciali con la Germania e acquistò oro saccheggiato dal regime nazista. Gli Stati Uniti congelarono i beni elvetici a New York. Nel 1946, Berna dovette pagare 250 milioni di franchi svizzeri per sbloccare la situazione.
L’accordo Hotz-Linder (1951): In pieno dopoguerra, Washington minacciò sanzioni se la Svizzera non avesse limitato le esportazioni strategiche verso il blocco comunista. Il diplomatico svizzero Jean Hotz e la controparte americana Harold Linder negoziarono un accordo informale. La Svizzera accettò i controlli sulle esportazioni.
I dazi sulle importazioni di orologi (1954): Gli Stati Uniti imposero una tariffa doganale del 53% sugli orologi svizzeri, grazie a una clausola di salvaguardia. La decisione colpì duramente l’economia del Giura e causò una grave crisi nelle esportazioni.
I conti dormienti e l’accordo del 1998: Il Congresso ebraico mondiale accusò le banche svizzere di trattenere i beni delle vittime dell’Olocausto. Sotto la guida del sottosegretario Stuart Eizenstat, il governo americano esercitò forti pressioni diplomatiche. La vicenda si chiuse nel 1998 con un accordo extragiudiziale che alle principali banche svizzere costò 1,25 miliardi di dollari.
La fine del segreto bancario (2009): Nel corso della crisi finanziaria, il fisco americano accusò UBS di aver aiutato migliaia di cittadini statunitensi a evadere le tasse. La Confederazione dovette consegnare i dati dei clienti, un passo che segnò il declino definitivo del segreto bancario.
I dazi di Donald Trump (dal 2025): La Svizzera ha vissuto una forte escalation tariffaria sotto l’amministrazione di Donald Trump, che ha pesantemente colpito settori chiave dell’economia elvetica. Nell’agosto 2025 il presidente USA aveva imposto dazi al 39% (poi scesi al 15%) per il surplus commerciale elvetico ma anche per il risentimento per la telefonata con l’allora presidente Karin Keller-Sutter come sottolineato dall’inquilino della Casa Bianca al WEF di Davos.

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