Lunedì, 12’704 giovani hanno iniziato la scuola reclute. Tra questi 45 svizzeri residenti all’estero, che come tali non avevano alcun obbligo militare, ma che, nonostante l’esenzione, hanno scelto di integrare volontariamente l’esercito. RTS ne ha intervistati alcuni.
Valentin Lopez, non ha quasi nessun legame con la Svizzera, ma ne possiede il passaporto grazie al suo bisnonno, anche se la sua famiglia è francese da ormai tre generazioni. Nonostante ciò, questo 19enne dell’Alta Savoia ha scelto di impegnarsi nell’esercito.
La “sindrome dell’impostore”
“Lo vedo come un modo per sentirmi più svizzero, perché è vero che ci si può sentire illegittimi”, spiega Valentin al telegiornale della RTS: “avere questa fortuna di essere nati svizzeri, ma senza vivere veramente sul territorio”. Di conseguenza, “si sente la sindrome dell’impostore”.
La giovane recluta e una ventina di altri volontari residenti fuori dal Paese sono stati convocati a Payerne la scorsa settimana, per un reclutamento speciale. Gli Svizzeri all’estero sono, infatti, gli unici a svolgere il reclutamento qualche giorno prima di entrare in servizio, al fine di evitare diversi viaggi a coloro che vengono da lontano.
Riconnettersi con la Svizzera
Christian Buschardt vive a Berlino da diversi anni e alloggerà dalla sua famiglia a Ginevra per la durata del suo servizio, durante il quale dovrà organizzarsi per incontrare la propria ragazza, rimasta nella capitale tedesca. “Troveremo dei modi”, dichiara il 24enne, chiarendo che “lei verrà qui alcuni weekend, e io tornerò a Berlino durante altri. Farò il sacrificio”. Il pensiero non va soltanto alla ragazza, ma anche agli amici: poterli rivedere davanti a una buona birra a Berlino “fa sempre piacere”.
Per Christian, il servizio militare è un modo per riconnettersi con la Svizzera. “Mi resta solo un semestre per finire gli studi”, afferma. “A poco a poco, inizierò a tornare in Svizzera. Dopo 8 anni fuori dal Paese, è un buon modo per me il fatto di” rientrare “con il servizio militare”.
Nessun obbligo
A Payerne, sono convocati i volontari francofoni, molti dei quali hanno anche la nazionalità francese, il che permetterebbe loro in Francia, per ora, di fare solo una “giornata di difesa e cittadinanza” ed essere dispensati dal servizio nel caso in cui tornassero in Svizzera prima dei 26 anni. Sébastien Albayrak, 18 anni, vive a Strasburgo e desidera impegnarsi in un servizio lungo. “Alcuni pensano che sia illogico fare undici mesi invece di un solo giorno in Francia”, dice, “ma io non penso solo a servire: soprattutto a migliorare me stesso”.
Una motivazione che può sorprendere coloro che vivono in Svizzera e sono soggetti al servizio obbligatorio. “Io avrei preferito non dover prestare servizio”, sospira un giovane in attesa della sua visita medica di idoneità.
Imparare a dire “septante”
“Forse in Svizzera penseranno che sono francese, che forse sarò marginalizzato; ma alla fine, non fa alcuna differenza”, rimarca ancora Valentin, che si esercita a dire “septante” (in svizzero-francese, ndr) invece di “ soixante-dix” (in francese), ndr. A casa sua, nel paese francese di Valleiry, sua madre Pascale è felicissima e conserva un buon ricordo di suo nonno, ufficiale nell’esercito svizzero. “Mi dico che Valentin torna alle origini”, sostiene la donna, che di questo si dice orgogliosa.
Pascale promette di andare a trovare suo figlio a Birmensdorf, vicino a Zurigo, in una caserma a cinque ore di treno da casa sua, dove Valentin è stato accettato per un servizio lungo, nella fanteria. Il giovane intende avanzare di grado e, magari, diventare in seguito poliziotto in Svizzera.
Un aumento notevole di reclute dall’estero
Gli svizzeri all’estero rappresentano solo una piccola parte delle reclute. Ma il loro numero è in costante aumento: da una cinquantina nel 2020, l’esercito ne conta oggi quasi 90 ogni anno.
Anche il colonnello Samuel Crettol, comandante del più grande centro di reclutamento elvetico, ha constatato questo aumento. “Sì, tendenzialmente ce ne sono sempre di più”, commenta, aggiungendo che “forse è legato alla situazione internazionale”.
E se il reclutamento è lo stesso per tutti, la differenza per loro è data da “ciò che li fa venire qui”, spiega Samuel Crettol: “hanno una motivazione estremamente grande perché, se sono qui, è perché lo vogliono”.

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Notiziario 13.01.2026, 16:00
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