Omicidi, assassini, stupratori, truffatori… coloro che commettono l’irreparabile, a volte senza scrupoli e senza rimpianti, possono contare su di lei. La penalista Yaël Hayat preferisce infatti sondare gli abissi, le ombre e le fragilità dell’essere umano, rendendo udibile la voce di chi la società non vuole sentire, piuttosto che difendere le vittime.
In trent’anni di carriera ha preso in mano innumerevoli cause giudiziarie, alcune delle quali molto seguite dai media. Si ricordano in particolare il caso del giovane assassino delle Charmilles, l’omicidio del vecchio armaiolo ginevrino, il caso Pierre Maudet, quello dell’islamologo Tariq Ramadan, di Claude D., e più di recente il dramma di Crans-Montana, nell’ambito del quale difende la titolare del bar “Le Constellation”, Jessica Moretti.
Un percorso di rilievo
È attraverso la letteratura che la giovane Yaël Hayat si appassiona ai casi giudiziari e agli errori della giustizia. Dotata di spiccate doti oratorie, si distingue durante gli studi di diritto in diversi concorsi di eloquenza. Sarà poi la prima donna a presiedere il concorso di arte oratoria Michel Nançoz.
Parallelamente alla sua attività di avvocata Yaël Hayat si batte fin dall’inizio della carriera per le condizioni di vita dei detenuti. Si è impegnata a favore di una maggiore concessione della libertà provvisoria, di carceri più dignitose e meno affollate, nell’ottica di un migliore reinserimento sociale. Ha inoltre difeso il diritto dei detenuti molto anziani a morire a casa propria e si è espressa contro la detenzione a vita.
Al microfono di Forum, trasmissione della RTS, l’avvocata assicura di non aver mai sollecitato clienti. “Non è mai l’avvocato ad andare verso una causa”, è piuttosto il contrario, dice. “Sono gli altri a venire da noi. Ci affidano il loro destino e, a volte, bisogna rinunciare, ma si cerca di essere sempre all’altezza.”
“Si tratta di libertà, di detenzione, di difendere contro tutto e tutti”, sottolinea.
Forum di RTS del 25.03.2026:
“Una questione di diritti, non di morale”
Per Yaël Hayat, tutti meritano di essere difesi. “La difesa non ha nulla a che vedere con la morale. Fare l’avvocato penalista significa ristabilire un equilibrio, non è mai una questione di morale, ma di diritti prima di tutto”, afferma.
Il vero obiettivo è capire, prosegue. “Dietro l’atto bisogna cercare la firma umana, cercare di capire cosa ha portato alla commissione del crimine.”
“Difendere non significa giustificare, ma capire”, riassume l’avvocata.
E precisa che questa comprensione permette di presentare i fatti “davanti all’organo giudicante nel modo più presentabile, ovvero con umanità”.
“Anche il diavolo deve essere difeso”
A volte criticata o bersaglio di lettere d’odio, Yaël Hayat dice di essere toccata dalle emozioni che suscitano i casi che difende, ma di dovervi “resistere”. “Bisogna vigilare affinché questa emozione non si dissolva nel linciaggio, nella diffamazione e che si rispettino anzitutto principi che sono sempre più a rischio”, sottolinea.
Il suo bilancio è che nell’ultimo decennio “l’emozione prende il sopravvento”, mentre, ricorda, “fino a quando le persone non sono giudicate, sono innocenti”.
E “tutti devono essere difesi”, sostiene l’ospite della RTS, “anche il diavolo”.
Yaël Hayat spiega che essere “l’avvocata del diavolo”, come è stato a volte soprannominato Jacques Vergès, equivale a “demonizzare” chi viene difeso, a “metterlo ai margini della società e privarlo della sua dimensione umana”. Mentre, secondo lei, il ruolo degli avvocati “è di ricondurre queste persone nella collettività”. “Il crimine fa parte della nostra comunità”, dice. “Il nostro dovere è restituire gli imputati alla loro umanità”, insiste ancora l’avvocata.
Infine, Yaël Hayat osserva che le vittime sono naturalmente udibili, da cui l’importanza, secondo lei, di ridare voce agli imputati, che hanno “una voce dissonante”.
“Il ruolo dell’avvocato è poter dire ciò che, a volte, non può essere detto. Rendere dicibile persino l’indicibile”, conclude.

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60 minuti 23.03.2026, 20:45







