“Come giovane agricoltore ti fai delle domande per il futuro”. Le parole di Cecilia Boggini, allevatrice ad Aquila con 21 mucche da latte, riassumono l’incertezza che attraversa il settore lattiero ticinese. La trasmissione Modem della RSI ha visitato tre aziende agricole per fotografare una situazione critica.
In Svizzera il settore del latte è in difficoltà da anni in seguito alla liberalizzazione e dunque all’aumento della concorrenza estera. E non da ultimo quest’inverno si è registrata una sovrapproduzione. In Ticino la situazione è ancora più critica: dopo la chiusura della LATI, l’ex principale azienda casearia del cantone, c’è un’ulteriore pressione sui prezzi. A complicare la situazione, infatti, ci sono i costi di trasporto oltre Gottardo per i quali “paghiamo 6 centesimi al litro”, sottolinea Michele Dazio, produttore in Alta Valle Maggia.
I ricavi sono spesso insufficienti e i conti vanno in rosso, spiega Boggini: “A gennaio abbiamo ricevuto 0,42 franchi al litro, a febbraio 0,36 e a marzo 0,45”. Fabio Gabaglio, produttore nel Mendrisiotto, conferma: “Quest’inverno è stata veramente dura. L’80% del latte veniva pagato al prezzo stabilito, il restante classificato come ‘segmento C’ a 0,28-0,30 franchi”. Cifre che non coprono i costi, ma la Federazione ticinese produttori di latte (FTPL) questo inverno ha dato un contributo finanziario per aiutare i produttori, indica Gabaglio.
Omar Pedrini, presidente dell’Unione Contadini ticinesi, evidenzia un problema: “Le importazioni sono aumentate negli ultimi anni e le esportazioni sono diminuite. E qui è forse dove la politica dovrebbe dare un supporto”.
Verso un’interprofessione lattiero-casearia
Il Cantone sta lavorando alla creazione di un’interprofessione lattiero-casearia che coinvolga produttori, trasformatori e grande distribuzione. “È importante far parlare gli attori del territorio per capire come valorizzare il latte in esubero”, spiega Daniele Fumagalli, capo della sezione dell’agricoltura.
Troppo latte in inverno, poco in estate
Pedrini ricorda però, che in certi periodi dell’anno il latte scarseggia: “In Ticino abbiamo troppo poco latte nel periodo estivo, quando il mercato ci sarebbe”. Questo è dovuto al fatto che molte aziende, specialmente nelle zone di pianura, si sono convertite ad altro. Mentre molte di quelle che restano, nei mesi estivi producono formaggio d’alpe e quindi il latte viene direttamente trasformato da loro. Una soluzione potrebbe essere quella di “riuscire a produrre nei mesi precedenti dei formaggi che si riescono a stagionare e a vendere nel periodo estivo”, suggerisce Dazio.
Un caseificio in Valle di Blenio?
Qualcosa però negli ultimi anni si è mosso, con la presentazione del progetto Blenio Plus, che vorrebbe creare un nuovo caseificio proprio nella Valle del Sole. Un progetto che però non piace al caseificio del Gottardo, che parla di concorrenza sleale visti i finanziamenti pubblici previsti e ha bloccato il tutto con due ricorsi.
Fumagalli, però, ricorda che “i progetti di sviluppo regionale sono degli strumenti importanti che permettono di sostenere il settore agricolo, ma anche i settori ad esso connessi, come il turismo per esempio”. C’è poi chi, con la propria azienda, ha deciso di fare il passo da solo per aggiungere anche la trasformazione del latte alla produzione. E queste realtà rischierebbero di soffrire l’apertura di un grande caseificio. L’auspicio di Fumagalli è quello che con lo studio in corso (con gli attori che costituiranno l’interprofessione) si possa arrivare a una soluzione condivisa e che non si lasci la scelta a un tribunale.
Le richieste: limitare l’importazione, prezzi giusti e scelte coerenti da parte dei consumatori
Sulla situazione generale, i giovani allevatori hanno i loro auspici. Per Michele Dazio bisognerebbe limitare l’importazione di latte, Fabio Gabaglio chiede che venga pagato il prezzo giusto per i prodotti e Cecilia Boggini fa appello ai consumatori, che secondo lei dovrebbero essere più attenti e coerenti: “Quando ci sono delle votazioni, le tendenze sono sempre molto verdi e stringenti rispetto all’agricoltura e alla produzione animale. Ma poi se guardiamo quello che viene effettivamente comperato nella grande distribuzione non corrisponde a ciò che si vede alle urne”.









