Ticino e Grigioni

In Ticino "le vittime hanno difficoltà a parlare"

Abusi nella Chiesa svizzera, l'intervista al vescovo De Raemy, amministratore apostolico della Diocesi di Lugano - Sull'inchiesta che lo riguarda continua a professarsi innocente

  • 13 September 2023, 11:16
  • 15 September 2023, 20:38
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RG 12.30 del 13.09.2023 L'intervista di Francesca Calcagno a monsignor Alain De Raemy

L'amministratore apostolico, monsignor Alain de Raemy, ha usato parole forti per condannare chi ha abusato, nel prendere posizione mercoledì a nome della diocesi di Lugano sul rapporto dell'Università di Zurigo, che ha evidenziato più di 1'000 casi di abusi commessi in Svizzera nell'ambito della Chiesa cattolica dal 1950 a oggi. Pochissime, però, le segnalazioni in Ticino. "Forse per il fatto che è piccolo il Ticino (...) è più difficile far conoscere qualcosa che tutti vengono a sapere, o a sapere in modo distorto. (...) Che possano anche avere le possibilità di manifestarsi a Zurigo via mail o a un call center, completamente fuori Ticino, è una cosa buona, afferma intervistato dal Radiogiornale della RSI.

E risponde poi anche alle sollecitazioni sull'inchiesta che lo riguarda: è infatti fra le persone su cui il vescovo di Coira Joseph Maria Bonnemain è stato incaricato di indagare dal Vaticano nel giugno di quest'anno. Un'inchiesta partita da una lettera dell'ex vicario generale della diocesi di Losanna, Ginevra e Friburgo, indirizzata in maggio al nunzio apostolico Martin Krebs.

Tornando a quanto emerso dal lavoro di ricerca presentato martedì, a Lugano c'è anche la dimensione degli archivi distrutti e incompleti.

Intende indagare su un'eventuale volontà di insabbiamento?

L'indagine la faranno le storiche stesse, perché hanno detto "abbiamo trovato questo, ma non abbiamo ancora approfondito". Dunque questo va avanti.

Ma lei che idea si è fatto? Volontà di insabbiamento o altro?

Io ho percepito come se ci si fosse resi conto che "ah, questo che chiede il diritto canonico finora non l'abbiamo fatto, dunque facciamolo". Ho questa impressione, ma non so se è vero.

Lei accennava a questa difficoltà in Ticino a parlare. Ha anche detto di aver ad esempio provato con le scuole cattoliche a invitarle a raggiungere gli ex allievi però non ha funzionato. Ecco, c'è una resistenza secondo lei in Ticino a fare emergere questi casi anche in seno alla Chiesa, non solo da parte delle vittime?

No, non ho sentito questo davvero. Tutti i rettori erano pronti a collaborare. Mi hanno semplicemente manifestato la difficoltà dell'operazione,ma hanno anche proposto di farlo.

Al di là delle parole ripeto forti, servono dei fatti. È d'accordo sulla necessità di una professionalizzazione maggiore dei preti e più in generale in seno alla Chiesa?

Sì, lo sono completamente. Mi rendo conto che anche io nella mia formazione non sono stato aiutato nel modo che serviva. Anche la questione del celibato, della sessualità, erano temi che non venivano discussi abbastanza.

Ci sono i fondi in Ticino per farlo?

Questo è il problema. Dobbiamo trovare questi soldi. Il Ticino funziona con delle fondazioni, qualche fondazione ci potrà aiutare.

Lei è sotto inchiesta. Un'inchiesta interna, ordinata dal Vaticano perché è sospettato di aver coperto un caso di abusi nella Svizzera romanda. Con che legittimità parla oggi, allora?

Con la legittimità che mi dà la procedura. Mi hanno chiesto di non parlare di questo, ma non mi hanno chiesto di non parlare in genere.

Monsignor Scarcella di Saint Maurice, pure lui sotto inchiesta, ha deciso di fare un passo indietro. Perché lei no?

Penso che la sua situazione è diversa, è una cosa molto personale.

Lei continua comunque a professarsi innocente?

Sì.

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