Il comitato ticinese dei favorevoli all’iniziativa per un canone radiotelevisivo ridotto a 200 franchi ha ribadito oggi in conferenza stampa a Lugano il suo concetto di servizio pubblico. Quest’ultimo dovrebbe essere ridotto all’essenziale.
Riguardo ai tagli alle sedi locali, che avverrebbero nel caso in cui l’iniziativa “200 franchi bastano!” passasse, il consigliere agli Stati dell’UDC Marco Chiesa indica ai microfoni della RSI: “La chiave di ripartizione rimarrà tale, quindi vuol dire che la Svizzera italiana sarà sempre beneficiata maggiormente rispetto a quello che sono le altre regioni del Paese”. Per Chiesa, però, l’importante è definire cosa significa fare servizio pubblico. “Non stiamo parlando di un piano occupazionale - spiega -, stiamo parlando di soldi messi a disposizione per fare informazione e questo a mio modo di vedere con 70 milioni al mese lo si può fare”.
Secondo il comitato, quindi, non si tratta di smantellare la SSR e la coesione nazionale e la democrazia non sarebbero messe a rischio. “La coesione nazionale non l’ha di sicuro inventata la SSR”, afferma il consigliere nazionale della Lega dei Ticinesi Lorenzo Quadri. “Al contrario, la SSR, avendo anche un’impronta politicamente orientata, semmai risulta divisiva nei confronti del Paese. Non è un elemento unificante”. E sui più giovani: “Sappiamo che guardano in media 28 minuti di televisione al giorno. Quindi come si possa parlare di coesione nazionale mi sembra un grosso punto di domanda”.
Tra i sostenitori, c’è anche l’Unione svizzera delle arti e mestieri (USAM), che è contro il versamento del canone da parte delle aziende. Dal 2027 verranno però esentate quelle con un fatturato fino a 1,2 milioni di franchi. “È un semplice maquillage”, indica il presidente dell’USAM Fabio Regazzi. “Alzare un po’ la soglia del fatturato non comporta grandi cambiamenti. Infatti rispetto ai 180 milioni le aziende in futuro, se passa questa soluzione, dovranno comunque corrispondere 160 milioni, quindi la differenza è veramente trascurabile. Il problema qui è di principio”.
Un canone a 200 franchi metterebbe a repentaglio in Ticino il contributo che la RSI genera all’economia locale, ovvero 205 milioni di franchi. Su questo punto Regazzi ricorda che “è un discorso che valeva anche per il settore bancario e per tutti i settori che vengono ristrutturati”. Aggiungendo che “non si può giustificare il mantenimento del canone solo perché ci sono alcune aziende che ne approfittano. È chiaro, ogni azienda ha dei clienti, ha un mercato. E se questo mercato, per circostanze esterne o per altri motivi, cambia, le aziende devono essere pronte a trovare delle soluzioni alternative”.
In caso di no all’iniziativa, il canone verrà ridotto gradualmente a 300 franchi.










