LE TESTIMONIANZE

Suicidio giovanile, rompere il silenzio

Ogni settimana in Svizzera due giovani si tolgono la vita, ma se ne parla ancora troppo poco: il silenzio rischia di lasciare soli chi ha più bisogno di essere ascoltato

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Santiago e Manuel, dietro il silenzio

Falò 31.03.2026, 20:50

  • RSI
Di: Katia Ranzanici, Marco Tagliabue (Falò) 

“Santiago era un ragazzo molto sensibile, particolarmente profondo, anche introverso e che amava la vita. Il dolore è atroce, indescrivibile. Non è paragonabile al niente. È l’incubo più più brutto che può avere un genitore la morte di un figlio e la morte più brutta che ci può stare il suicidio”, dice la mamma di Santiago.

“Manuel era il nostro figlio, un ragazzo di 15 anni, era un periodo in cui sembrava veramente che iniziasse a essere più felice di prima e invece non era così. Invece a quanto pare mascherava qualcosa che non abbiamo capito”, ricorda il papà di Manuel.

Santiago e Manuel non sono solo due nomi. Erano due ragazzi pieni di passioni, di sogni, di progetti. Manuel si è tolto la vita a soli 15 anni il 17 aprile 2024. Santiago il 15 febbraio dello scorso anno. Ne aveva 19.

Ogni anno, in Svizzera, una trentina di adolescenti non trova più la forza di andare avanti. Tra i 19 e i 25 anni, quel numero raddoppia.
Il suicidio è diventato tra le prime cause di morte in queste fasce d’età — un grido silenzioso che continua a passare inosservato e di cui non si parla.

Quando accade, il dolore non tocca solo una famiglia, ma un’intera comunità: compagni di scuola, docenti, amici, chiunque abbia incrociato quella vita.

Per i genitori, dare voce a questo dolore è una scelta lacerante ma necessaria. “Il silenzio è assordante,” dice Fabrizio, papà di Santiago. “Una cosa è il rispetto della tragedia, un’altra è il silenzio intorno, quello va spezzato.” Sua madre, Susana, aggiunge: “Il tabù non è mai la strada giusta. Bisogna dirlo ai ragazzi: se hai un pensiero così, cambiamo tutto, facciamo qualsiasi cosa. C’è sempre una via d’uscita.”

Il disagio giovanile è in aumento, e si osserva anche a scuola

Il disagio giovanile è in aumento. Lo vede la scuola, lo sentono i servizi sul territorio, e lo confermano anche i dati epidemiologici: secondo l’Osservatorio svizzero della salute in Svizzera, nel 2022 più del 23% delle ragazze tra i 15 e i 19 anni ha dichiarato di aver avuto pensieri suicidari, e oltre il 7% delle ragazze e quasi il 3% dei ragazzi ha tentato di togliersi la vita negli ultimi cinque anni.

Jann Schumacher dell’Ufficio federale della sanità pubblica lo sottolinea: “C’è un un aumento, soprattutto da parte dei giovani e delle giovani ragazze, dei pensieri suicidari,. E quello che mi ha molto colpito è un dato ulteriore, sono molto aumentati i ricoveri in ospedale a causa di un tentativo di suicidio.

Anche la scuola osserva un disagio crescente. “I ragazzi sono più paurosi, più fragili,” spiega una mediatrice scolastica. “Un ostacolo diventa un muro e loro si fermano.” La pressione non aiuta: “Vivono in una società che chiede performance, velocità, perfezione,” nota la direttrice del liceo. “Se queste logiche entrano nella scuola, qualcosa si spezza.” E Alessio, compagno di Santiago, sintetizza bene questa sensazione: “Una nota andata male non è solo un voto: per noi è come sentirsi dire ‘tu non vali’.”

Eppure proprio le parole – quelle che tanti ragazzi non riescono a pronunciare – sono lo strumento più importante per prevenire. Lo confermano anche le testimonianze di chi ce l’ha fatta. Anastasia, sopravvissuta a un tentato suicidio, ricorda il momento più buio: “Mi si è annebbiato il cervello, come un click. Ho preparato i vestiti per il funerale.” Oggi è viva, e dice: “Sono fortunata. Poteva non andare così.” La sua voce è un monito potente: chi soffre spesso non lo mostra.

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Oltre il silenzio

Falò 31.03.2026, 21:00

  • rsi

Dopo la perdita di un figlio, non esiste ritorno alla normalità. “Dopo il funerale ci siamo sentiti lasciati soli”, raccontano i genitori di Manuel. Eppure si continua, per amore di chi resta. “Ho pensato a mia figlia,” dice Fabrizio. “A quanto sarebbe atroce perderci anche me.”

È da questo dolore che nascono percorsi nuovi. Susana ha fondato un’associazione “da cuore a cuore” : “Non da un progetto, ma da un’urgenza. Per evitare che altri ragazzi arrivino lì, e per dare valore alla vita di mio figlio.”

Il suicidio giovanile resta un tabù, ma proprio il silenzio può essere pericoloso. Parlare, invece, apre possibilità: di ascolto, di intervento, di salvezza. Perché dietro ogni numero c’è un volto. E una parola detta al momento giusto può cambiare una vita. O salvarla.

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