Negli Stati Uniti la guerra in Iran si misura anche davanti alle pompe di benzina. Il prezzo medio del carburante ha superato per la prima volta in cinque anni la soglia dei 4 dollari al gallone (misura che corrisponde a circa 3,78 litri), con un aumento del 35% rispetto a prima del conflitto. Un effetto economico immediato, che ora rischia di trasformarsi anche in un problema politico per Donald Trump, mentre il suo indice di gradimento continua a scendere nei sondaggi.
Per milioni di americani fare rifornimento è un gesto abituale, quasi un rito settimanale. Ma dalla fine di febbraio quel rito è diventato sempre più pesante. Alla stazione di servizio lungo Connecticut Avenue, a Washington, il gallone di benzina regular è arrivato a 4,09 dollari, mentre il diesel tocca i 5,70.
La frustrazione si sente direttamente accanto alle colonnine. Paul, veterano di guerra, racconta che fino a poco tempo fa con circa 27 dollari riusciva a fare mezzo pieno. Ora, dice, “ho appena speso 40 dollari. Una bella differenza, è una sciagura”.
Anche chi usa meno l’auto avverte il cambiamento. Jack, dipendente dell’amministrazione federale, osserva che l’ultima volta che aveva fatto il pieno il prezzo era ancora sotto i 3 dollari al gallone. Adesso, spiega, ha superato quota 4, e aggiunge che se il petrolio dovesse continuare a salire “sarà un bel problema”.
Da Connecticut Avenue... ai sondaggi
Secondo Kyle Kondik, analista politico dell’Università della Virginia, il contraccolpo comincia a vedersi anche nei numeri. Nella media dei sondaggi sul gradimento presidenziale, spiega, si registra “un leggero calo” con Trump che sarebbe “attorno al 40% o appena sotto”, un dato un po’ peggiore rispetto a poche settimane fa. Kondik ricorda che, storicamente, tra prezzo della benzina e approvazione del presidente c’è sempre stata una correlazione statistica, anche se negli ultimi quindici anni questa relazione è diventata meno marcata, perché i movimenti nei sondaggi sono meno bruschi che in passato. Resta però, a suo giudizio, un punto fermo. “Non c’è dubbio, dice, che un prezzo elevato della benzina danneggia Trump”, anche se il presidente partiva già da un livello di consenso basso prima dell’entrata in guerra.
A complicare ulteriormente il quadro c’è la dimensione politica del conflitto. La decisione di andare in guerra con l’Iran, unita all’assenza di una linea chiara su strategia e obiettivi, sta creando tensioni anche dentro la base elettorale trumpiana, tradizionalmente ostile agli interventi militari all’estero. In un anno elettorale, questo elemento rischia di diventare un altro fattore di instabilità.
Lo studioso non vede sbocchi favorevoli per il presidente, neppure guardando più avanti. La prospettiva migliore, sostiene, è che in autunno della guerra in Iran non parli più nessuno. I repubblicani, osserva, hanno già diversi problemi aperti sul fronte interno, ma una guerra lontana e impopolare unita al caro-benzina rappresenta “la combinazione peggiore che può capitare in un’annata elettorale”. Il contrasto con appena un mese fa è netto. Nel discorso sullo stato dell’Unione Trump rivendicava di aver riportato il prezzo della benzina ai livelli più bassi dopo quella che aveva definito “la terribile era Biden”. Oggi, invece, proprio il costo del pieno rischia di trasformarsi nella più concreta delle zavorre elettorali per un presidente già in affanno nei sondaggi, mentre si avvicinano le elezioni di “midterm” di novembre.

Iran, Trump minaccia la presa di Kharg
Telegiornale 30.03.2026, 20:00








