Cinema

Il grande caldo: il cinema sopra i 40° C

Il caldo al cinema non è solo latitudine o ambientazione, fatica o passione. È anche espediente narrativo, trama sociale e attore protagonista: da “Il sorpasso” a “Mad Max”, a “Trop chaud”

  • Oggi, 10:00
Fa' la cosa giusta, 1989

Fa' la cosa giusta, 1989

  • Universal Pictures
Di: Alessandro De Bon 

L’aria densa, la sensazione di respirare lana, sudare acqua e zucchero e indossare capi adesivi, sentirsi stanchi due minuti dopo la sveglia e odiare il pensiero di andare a letto perché sarà uno stagno. Insomma, sentirsi 24 ore su 24 il gomito di un bimbo che mangia il ghiacciolo: uno scolo appiccicoso. Sensazioni che in queste settimane abbiamo imparato a odiare e che al cinema, non per niente, sono l’innesco ideale per omicidi, trame impiastricciate d’umanità umida, guai che diventano sempre più inguaiati e situazioni in cui l’essere (dis)umano cede e boccheggia la sua pochezza.

Ci sono film in cui il caldo avrebbe potuto essere nominato all’Oscar per il Miglior Attore protagonista. Trame scritte con l’igrometro e in lingua celsius, dominate dall’insofferenza per quelle giornate cambogiane, con il cemento al posto delle mangrovie a peggiorare la situazione. Che poi anche restando da quelle parti e quei disastri, il cinema ha calcato sull’afa. Apocalypse Now, Francis Ford Coppola (1979), sequenza iniziale: dopo una scarica di napalm su una striscia di giungla le pale sul soffitto di una camera da letto spostano aria calda sul corpo sfatto dall’umidità (e non solo…) del capitano Willard. Tutto è rovente e il film — genio — inizia con The End dei Doors. Lo stesso disumano caldo-umido che ha fatto e farà in Il cacciatore (Michael Cimino, 1978), Hambuger Hill (John Irvin, 1987), Platoon (Oliver Stone, 1986) e compagnia vietnamita.

Fa' la cosa giusta, 1989

Fa' la cosa giusta, 1989

  • IMAGO / mptv

Se il caldo è questione di latitudine, allora benvenuti nel selvaggio West e tanti cari saluti da Sam Peckinpah, Sergio Leone e Clint Eastwood. Se il caldo invece è insopportabilmente e inaspettatamente metropolitano, allora welcome to New York. A Brooklyn per la precisione, dove Spike Lee scrive e gira Fa’ la cosa giusta (1989), meraviglia urbana ambientata in una giornata di caldo bestiale in cui l’afa è sociale, il sudore di classe. Un film di idranti, canotte e marciapiedi, con la fotografia afosa e il montaggio cotto; una non-storia quotidiana che urla quanto il caldo sia dei poveri, mettendo insieme con uno spunto produttivo irresistibile uno dei più bei capitoli del regista di NYC, corale e musicalmente travolgente. Avete presente Fight the Power dei Public Enemy? Ecco. Poi, dieci anni dopo, Lee resta lì e gira S.O.S - Summer of Sam, ricordando l’estate rovente del ’77 tra blackout energetico e morale, paranoia ed omicidi.

Quel pomeriggio di un giorno da cani, 1979

Quel pomeriggio di un giorno da cani, 1979

  • IMAGO / Allstar

A New York comunque faceva un caldo boia anche vent’anni prima, nel 1957. In particolare nella stanza in cui si rinchiudono per deliberare i 12 Angry Men di Sydney Lumet, (La parola ai giurati, 1957). Anche in questo caso l’esordio è perfetto: inquadratura immobile sulla stanza, sulla sinistra in primo piano un ingombrante ventilatore fermo — quindi rotto — e i dodici giurati che piano a piano sfilano sui titoli di testa sventolandosi le camicie aperte e tamponandosi le fronti perlate. Da quel momento, “nella giornata più calda dell’anno”, come ricorda il giurato n.7 (nessun nome, solo numeri…), farà sempre più caldo e sempre meno giustizia. Spostandosi di qualche isolato e di una ventina d’anni scarsi, nel 1975 Lumet gira poi Quel pomeriggio di un giorno da cani, affidando la parte di attore protagonista a Al Pacino e quella di attrice protagonista alla canicola, impastando con il sudore, sul filo di una chiamata urbana, un thriller sociale di rapina e trattativa.

Toshiro Mifune in "Cane randagio" di Akira Kurosawa, 1949

Toshiro Mifune in "Cane randagio" di Akira Kurosawa, 1949

  • IMAGO / Everett Collection

Ma mica solo in America fa caldo. Prendete Roma, ferragosto 1962: quale scusa migliore di una giornata capitolina deserta e bollente per salire su una Lancia Aurelia e fregarsene degli esami all’università? Il resto, in pieno boom economico, è Il Sorpasso, di Dino Risi. Ora cambiate estrazione sociale, sostituite la Lancia con una Vespa, uscite dai Fori e imboccate verso la Garbatella e Spinaceto, fino all’Ostia dell’ultimo Pasolini, ed eccovi con lo stesso identico caldo maledetto, ma sul set di Caro Diario di Nanni Moretti (1993). E chiudendo con le capitali, ecco una botta d’afa post-bellica e post-atomica che fa riflettere: Ladri di biciclette (Vittorio De Sica, 1948) e Cane Randagio (Akira Kurosawa, 1949). Il furto di una bici a Roma e di una pistola a Tokyo. Lo stesso disagio sociale appiccicoso, sfatto e storico, qui e lì.

Lasciandovi la libertà di scoprire - o meno - “l’afa di Stato” nell’esordio a bordo piscina di Lucrecia Martel La Ciénaga (2001), le ultime ondate di calore che ci concediamo sono svizzere. La prima è distopica e (ironia della sorte) fresca: in Don’t Let The Sun (2025) Jacqueline Zund immagina un futuro in cui il caldo ha vinto, in cui all’alba fanno 49° e in cui si vive al chiuso. Un futuro che George Miller aveva portato all’estremo tra donne munte e paraurti umani in Mad Max: Fury Road (2015), svuotandolo ulteriormente di humanitas e riempiendolo di action. Un futuro più o meno estremo che se vogliamo evitare, o quantomeno provarci, faremmo bene a guardare Trop Chaud di Benjamin Weiss: le Anziane per il clima vs la Svizzera. Spoiler: hanno vinto le anziane.

55:14
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Memorie dei ghiacci

Charlot 26.04.2026, 14:35

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  • Mario Fabio

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