Difficile non essere fan di Cattivissimo Me. Non vorresti, eppure.
Lo sapevi già vent’anni fa, all’epoca del primo film della saga, che si trattava del solito gioco, del solito remix di stereotipi riconoscibili: spy stories, supereroi, ispettore Gadget… Pensavi: certo, siamo nel ventunesimo secolo, tutto quello che leggiamo, vediamo, ascoltiamo, è un gioco metatestuale, un rimasticamento di codici consumati e digeriti nei cent’anni precedenti, quando era ancora possibile avere idee nuove. L’apocalisse è imminente, pensavi.
Però te ne fregavi, perché Cattivissimo Me era davvero uno spasso: stile, tempi comici perfetti, musichette sublimi di Pharrell Williams (che poi avrebbe messo a segno una delle hit più devastanti degli ultimi 25 anni con Happy per Cattivissimo Me 2). Soprattutto, aveva un look meraviglioso. Del resto, una delle poche cose che non è cambiata a Hollywood tra un secolo e l’altro è l’arcinota rule of cool: sullo schermo non vince quello più bravo, giusto o bello, ma quello più figo. E Cattivissimo Me era il più cool tra i cartoni per bambini. Ma non bastava, perché conteneva un ulteriore colpo di genio: i Minion.

I pasticconi gialli erano una sintesi mirabile di character design, perfetti per il merchandising, per i meme, e soprattutto per piacere ai bambini: fin dal loro debutto sullo schermo, infatti, si comportano come bambini iperattivi appena più piccoli di quelli che vanno a vedere i loro film. E i bambini appena più piccoli piacciono tantissimo ai bambini appena più grandi, si sa. In più, i Minion sono riconoscibili come le bottiglie di Coca-Cola. Strano che un’idea del genere non sia venuta a un board di manager della Disney, ma a un singolo story artist del Maryland, all’epoca quarantenne: Chris Renaud, che stava per debuttare alla regia proprio con il primo Cattivissimo Me.
Oggi Renaud di anni ne ha quasi sessanta, e i sei film usciti finora tra Cattivissimo Me e Minions hanno incassato 5 miliardi e mezzo di dollari, diventando la saga di animazione più redditizia della storia, più di Shrek e Toy Story. Oggi al catalogo si aggiunge una terza pellicola dei Minion, Minions & Monsters (diretta da Pierre Coffin e Bryan Lynch), che potrebbe diventare la più vista di tutte. In alcune aree geografiche – come la Svizzera italiana – i cinema ne hanno addirittura anticipato l’uscita, sperando di accaparrarsi il pubblico delle famiglie in fuga dal gran caldo. A giudicare dai primi dati dei botteghini, hanno avuto ragione. Ma veniamo al film.
Ho scritto poco più sopra che ci troviamo nell’epoca del remix e del gioco metanarrativo, e Minions & Monsters è esattamente questo: una cornucopia di citazioni e parodie. Tutto inizia con qualcuno che racconta una storia di Minions, come sempre – un narratore esterno ha anche l’utilità pratica di poter offrire parole intelligibili quando il gramelot dei Minion non è sufficiente a spiegare gli snodi della storia – e la storia, altrettanto, è quella di sempre: i Minion sono alla ricerca di un capo, che sia ovviamente molto cattivo. La loro inettitudine li costringe però a passare da un padrone all’altro, di insuccesso in insuccesso. Finché non finiscono nella Los Angeles degli anni Venti, dove l’industria del cinema sta conquistando il pubblico americano: lì, diventeranno delle star. Purtroppo però, per breve tempo: l’avvento del sonoro renderà evidente al pubblico che le star gialle hanno, beh, qualche problema di dizione, e la loro carriera subirà un brusco stop.
E i mostri? Quelli arrivano nella seconda parte del film, quando i Minion si mettono in testa di rilanciarsi girando un film: Minions & Monsters, appunto. Il gioco metanarrativo, però, non inizia qui, a metà del film, ma è in realtà concentrato nella parte precedente, già dai titoli di testa: i Minion ripercorrono la storia del cinema, partendo dai Lumière e da Méliès, passando per Chaplin e Keaton, arrivando a Damien Chazelle e a classici più moderni… ogni scena, una citazione. Sarà poco più di un esercizio di stile, ma è un godimento.

Rimane da capire come il pubblico di ottenni a cui è destinato il film possa partecipare a questo godimento, non avendo mai visto – almeno nella maggior parte dei casi, possiamo ipotizzare – né Tempi Moderni né Il mistero del falco o Il mostro della laguna nera. Forse è proprio questa l’idea: dimostrare che quelle scene hanno una forza naturale capace di attirare lo sguardo anche di chi non capisce che si tratta di una citazione. Oppure i produttori della Universal sanno bene che l’importante è intrattenere i genitori, tanto i bambini si bevono qualsiasi cosa.
Alla fine, si tratta solo di scegliere come approcciare il film: i Minion sono un esempio dell’istupidimento dei tempi, e per questo riducono anche i più grandi capolavori della storia a una gag di trenta secondi? Oppure – al contrario – sono la chiave per riscoprire quei capolavori, e ricordarci che molto spesso erano il frutto di innovatori che andavano contro il comune sentire dei loro tempi? Propenderei per la seconda. Anche perché un qualsiasi film che ci dice che la cinefilia serve – per quanto di grana grossa possa essere – è comunque un balsamo, negli anni di TikTok.
Difficile, non essere fan dei Minion. Non vorresti, eppure.
Novità al cinema - Rete Uno, 25.06.26, 15:10
RSI Cultura 02.07.2026, 18:55
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