Il cinema che ci ricordiamo è fatto di poche grandi scene, che ci rimangono scolpite nel lobo temporale, e a volte ritornano a decenni di distanza. Il resto è conversazione. Michael Cimino lo sapeva, e infatti: la roulette russa del Cacciatore, con De Niro e Christopher Walken; la danza vorticosa sui pattini di I cancelli del cielo, con Kris Kristofferson e Isabelle Huppert; Woody Harrelson che sgomma con la Cadillac in mezzo ai cavalli dei pellerossa in Verso il sole… l’elenco potrebbe continuare. Solo sette film in 77 anni di vita, ma di scene memorabili, dentro quei metri di pellicola, ce ne sono in quantità niente affatto comune. E anche il resto, a dirla tutta, nel caso di Cimino non era affatto solo conversazione: ossessivo e meticoloso, rendeva ogni inquadratura ben più virtuosa della media. Per raccontare questo, basta una raccolta dei suoi leggendari campi lunghi.
Tornando alle scene memorabili, però: avrebbero potuto essere molte di più. Perché, dicevo: solo sette film. Gli ultimi quattro, peraltro, girati da paria di Hollywood, dopo l’insuccesso clamoroso del già citato I cancelli del cielo: 40 milioni di budget, uno incassato.
Come giustamente scriveva Bret Easton Ellis qualche anno fa, la storia di come Cimino sia stato distrutto dal sistema hollywoodiano contiene molte domande ancora oggi senza risposta. Com’è possibile che uno dei registi più hype degli anni Settanta – dopo aver vinto l’Oscar per la miglior regia con un film che rappresentava perfettamente la New Hollywood e le sue storie adulte, realistiche, drammatiche, imponenti, umane – sia caduto in tale disgrazia da veder distrutta non solo la sua carriera personale, ma anche quella stessa new wave cinematografica che aveva contribuito a creare?

Con Robert De Niro sul set de "il cacciatore"
Quasi tutti i grandi registi hanno nel loro curriculum un flop assoluto. Eppure nessun racconto è rimasto esemplare come quello di “Michael Cimino che fece fallire la United Artists perché voleva fare il film che voleva lui”. Quasi tutti i grandi registi hanno avuto scontri con i produttori e con i critici, ma i tagli di più di un’ora imposti a Cimino per far uscire nelle sale I cancelli del cielo, e poi il linciaggio da parte della stampa appena ci arrivò, rimangono di un furore ineguagliato. Quasi tutti i grandi registi hanno avuto pellicole con lavorazioni travagliate, ma Cimino…

Con Kris Kristofferson sul set di "I cancelli del cielo", 1980
Don Winslow, che poi sarebbe diventato uno degli scrittori crime più celebrati d’America con Il potere del cane e gli altri libri della Trilogia del cartello, era presente alla prima newyorchese, e sintetizzava così la serata:
Conoscete quel detto ormai logoro: “la tensione si tagliava con il coltello”? Non era ancora stata forgiata una lama capace di scalfire la tensione di quella sera […]. Eravamo come becchini a un costosissimo funerale […]. [Dopo l’inizio del film], uscii dalla sala e all’ingresso del cinema vidi un uomo da solo, che si teneva la testa tra le mani e mormorava: “E adesso cosa faccio? Cosa faccio?” Solo in seguito ho scoperto che era il regista, Michael Cimino.
Leggere la biografia di Cimino scritta dall’inglese Charles Elton (e data alle stampe dall’editore Baldini e Castoldi un paio d’anni fa) è esattamente l’esperienza che ti aspetti, divisa tra i momenti di assoluta esaltazione e quelli di depressione caspica che hanno segnato la vita e la carriera del regista, oggi amatissimo dalla critica quanto ai tempi spesso sbeffeggiato (tempi in cui la stampa era rilevante e neppure le star potevano disinteressarsene, è il caso di ricordare; tempi ormai, più che lontani, completamente sepolti).

Quello che rimane, è l’idea che Michael Cimino fosse un uomo che non amava rivelare sé stesso agli altri, e che per questo fosse poco amato.
Era enigmatico quando concedeva interviste, infarcendole spesso di aneddoti inventati. Oltre a dichiarare spesso di essere almeno un decennio più giovane della sua età reale, già ai tempi del Cacciatore aveva ventilato di essere stato nei Berretti Verdi dell’esercito americano proprio ai tempi della guerra del Vietnam, pur non essendo mai stato mandato in Asia a combattere: una bugia presto scoperta dai giornalisti.
Era indecifrabile nella sua vita privata, segnata da una lunga e tortuosa relazione con la sua collaboratrice di una vita Joann Carelli (in tutta l’esistenza di Cimino, i cognomi di chiara origine italiana si sprecano).
Cimino con la statuetta
Era, infine, misterioso anche dal punto di vista del suo aspetto: mentre nella prima parte della sua vita sembrava aderire al cliché del maschio italo-americano, dopo gli anni Ottanta era diventato androgino, aveva il volto modificato da strati di chirurgia estetica, e per un periodo si presentava come donna, anche se non in pubblico. Sembrava voler reinventare sé stesso, oppure sfuggire a ogni categoria, insofferente alle regole sociali così come a quelle di Hollywood. Che neppure con la morte sia riuscito a evadere dalla narrazione che lo vuole simbolo dell’artista che, per eccessiva fiducia nel proprio talento, viene punito dalla storia, è ironico nel senso peggiore del termine.
È morto Michael Cimino
Telegiornale 03.07.2016, 14:30









