Cinema

Gli horror? Ormai, fanno ridere (molto spesso)

Nell’ultimo decennio, abbiamo assistito alla fioritura di un gran numero di film dell’orrore esilaranti. Mescolare commedia e horror sembra una tendenza (post)moderna, invece a ben guardare la si può far risalire a Georges Méliès

  • Ieri, 14:10
  • Un'ora fa
Nightmare - Dal profondo della notte, 1984

Nightmare - Dal profondo della notte, 1984

  • IMAGO / EntertainmentPictures
Di: Michele R. Serra 

La situazione è grave, ma non è seria.
Se quella arcinota massima di Ennio Flaiano (che pure, su un paio di film ha lavorato) la spostiamo dalla politica al cinema, diventa non solo più lieve, ma anche perfetta descrizione di un genere che sembra non conoscere crisi, nelle sale. Non lo dico io, ma siti che macinano milioni di contatti e da anni lavorano sull’intercettare le mode culturali: gli horror comedy sono i film che hanno definito l’ultimo decennio, e continuano a definire quello in cui ci troviamo. E fanno esattamente quello: descrivere terrore e morte, con il sorriso sulle labbra.

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La rivincita dell’horror

Charlot 29.03.2026, 14:35

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  • Mario Fabio

Già: sono passati quasi vent’anni da quando Sam Raimi ha riportato elementi comici in un suo horror con Drag Me to Hell (dopo aver fatto scuola con La casa 2), quasi dieci da quando Jordan Peele ha conquistato una rarissima nomination all’Oscar per il Miglior film con Get Out, ma il genere non sembra conoscere pause, con proposte nuove in sala a cadenza pressoché mensile: citiamo, tra le ultime uscite o in uscita, Send Help (opera del già citato Raimi), Finché morte non ci separi 2 e Ti uccideranno – They Will Kill You. Titoli spaventosi, che nascondono più di una risata.

Certo, ci sono più di cinquanta sfumature di questo genere, nero come lo humour e rosso come le budella, ma questi film rimangono quintessenza della contemporaneità, perché riflettono perfettamente l’amore del pubblico (post)moderno per la commistione tra generi, e soprattutto l’ironia cinica che da sempre contraddistingue quella che da un ventennio a questa parte chiamiamo, per amor di brevità, internet culture. Ormai, a dirla tutta, è quasi impossibile osservare un prodotto di cultura pop (anche quella, esiste ancora? Rimandiamo a una discussione successiva) che si prenda completamente sul serio. Per l’horror, semplicemente, essere ironico è più facile.

In fondo, sin dai primi vagiti del genere horror erano presenti elementi umoristici: facevano più paura o più ridere, gli scheletri che apparivano dal nulla in Le manoir de Diable di Georges Méliès (era il 1896), o quelli danzanti di Walt Disney (molto più recenti: 1929)? E poi naturalmente il primo boom delle parodie, con Il cervello di Frankenstein di Abbott & Costello (per il pubblico italiano, Gianni & Pinotto) nel 1948 a fare da apripista. Quel tipo di pellicola, del resto, non era altro che la naturale conclusione di un movimento che aveva portato horror e commedia a sovrapporsi sempre di più, durante il regno dei mostri della Universal – Dracula, Frankenstein, La mummia, L’uomo invisibile.

Jordan Peele riceve l'OScar per la Miglior sceneggiatura per "Get Out", 2018

Jordan Peele riceve l'OScar per la Miglior sceneggiatura per "Get Out", 2018

  • IMAGO / Picturelux

Ma gli horror comedy moderni non sono parodie: semplicemente, lavorano su meccanismi che – come il già citato Jordan Peele ricorda a ogni piè sospinto – sono piuttosto simili:

Sono due facce della stessa medaglia. In qualsiasi film horror ben fatto, se vai in sala con il pubblico, sentirai sicuramente delle risate dettate dal nervosismo. Horror e commedia puntano entrambi a creare una tensione, che poi viene in qualche modo scaricata.

Se questo citato da Peele è l’ingrediente fondamentale (segreto? Non direi proprio) della ricetta, chi invece l’horror lo consuma sembra proprio apprezzare particolarmente, almeno in questi ultimi anni, una dose solo omeopatica di quei temi impegnativi che sembravano essere diventati la norma, nel genere (tanto che qualcuno aveva già trovato una nuova etichetta: elevated horror).

Dunque, ecco arrivare horror che sono puri e semplici giri al parco divertimenti della paura, con titoli come quelli della serie di Final Destination, o il godibilissimo The Monkey uscito solo pochi mesi fa: film in cui è un gioco, osservare i protagonisti che muoiono nei modi più bizzarri, fantasiosi, spettacolari, senza patemi o lutti. Il risultato è lo stesso piacere – forse appena screziato da un lieve senso di colpa, a volte – che provavamo negli anni Novanta con i sequel di Nightmare: sapevamo che la storia non ci avrebbe riservato chissà quali sorprese; sapevamo che, una volta finito il film, non avremmo pensato che era il capolavoro che ci avrebbe cambiato la vita; però volevamo vedere come Freddie Krueger avrebbe posto fine all’esistenza delle sue malcapitate vittime. Altro che raffinatezze di soggetto o sceneggiatura: di fronte allo spettacolo di persone che muoiono male, quelle contan poco.

Poi sarà questione di esorcizzarle, quelle immagini di morte (che non potranno mai fare paura come quelle che vediamo in televisione ogni sera), ma inevitabilmente, di fronte a quelle scene gore, la bocca ci si spalanca in una risata. Forse non è un caso, se gli zombie sono diventati protagonisti di esilaranti film comici, e i clown di horror terribilmente spaventosi.

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