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Il canto segreto del pane

 Tra rime e farina una storia millenaria che nutre l’anima

  • Un'ora fa
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Pane, lavoro e fratellanza (3./5)

Alphaville: i dossier 14.01.2026, 11:30

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  • Mario Fabio
Di: Rod 

Il pane, ben più di un semplice alimento, è un crocevia di storia, cultura e simbolismo, un vero e proprio «miracolo di poesia» che nutre l’anima. Così, come spiega Alphaville, è presentato nel libro “Il canto del pane” di Maria Ivana Tanga, un affascinante viaggio tra «rime e farina» che ne svela le molteplici sfaccettature.

Fin dall’antichità, il pane ha rivestito un ruolo centrale nella civiltà umana. Nell’antica Grecia, ad esempio, era considerato il confine tra la civiltà e lo stato selvaggio. I Greci distinguevano i «barbari mangiatori di ghiande» dai «mangiatori di pane». La scoperta del fuoco e la successiva cottura del grano hanno trasformato il pane nell’alimento dell’uomo civilizzato, segnando una vera e propria «rivoluzione copernicana» che ha portato l’uomo cacciatore ad abbandonare la vita nomade per stabilirsi nell’«oikos», la casa. Già in Omero, Polifemo incarna l’uomo allo stato selvaggio, ignaro del pane e consumatore di carne cruda.

Il pane, tuttavia, non è stato solo un simbolo di progresso e civiltà, ma anche uno strumento di controllo politico. Nell’antica Roma, la pratica del «panem et circenses» ne è un esempio lampante. La “Lex Sempronia agraria” prevedeva l’offerta di pane gratuito durante i giochi, una politica che, se da un lato mirava a placare le masse e ottenere consenso, dall’altro, secondo l’autrice, trasformava un popolo orgoglioso in una «plebaglia viziata». Questa strategia, volta a ottenere un consenso di basso livello dalle “suburra” affamate dell’Urbe, rappresenta una delle prime forme di assistenzialismo.

La storia è costellata di episodi in cui il pane è stato al centro di rivolte popolari. Dalla Rivoluzione Francese, con le donne che protestavano per il suo prezzo, ai moti di Milano di fine Ottocento, la mancanza o il costo eccessivo di questo alimento hanno spesso innescato sommosse. Celebre è l’episodio, probabilmente in modo errato attribuito alla regina Maria Antonietta, che, di fronte alla penuria di pane, avrebbe esclamato: «Mangiassero brioche!». Anche Manzoni, nei “Promessi Sposi”, narra la rivolta di San Martino del 1624, dove al grido di «pane! pane!» viene assaltato il forno delle Grucce. Fernand Braudel definiva il pane «il grande tormento del Mediterraneo», sottolineando come politiche miopi dei regnanti abbiano spesso causato penuria e aumento dei prezzi in tutta Europa.

Il pane è profondamente intriso di simbolismi anche nella letteratura. Dante Alighieri, nel suo esilio, parlava del «pane dell’esilio» che «sa di sale», una metafora amara che allude non solo al pane sciapo fiorentino, ma anche alle lacrime dell’esule, costretto a vagare lontano dal «sapore del suo pane antico fiorentino».

Per i migranti, il pane assume un valore ancora più profondo: è un «simbolo identitario, fortemente identitario», un conforto che mantiene vivo il legame con la casa e la patria. È il «pane nostro» che ritroviamo nelle narrazioni di Corrado Alvaro in “Gente in Aspromonte”, un pane intriso di nostalgia. È il «pane travagliato della Sicilia», il «pane sudato» descritto da autori come Pirandello e Vincenzo Consolo. Il pane, in questi contesti, non solo nutre il corpo, ma ravviva i ricordi e i sapori della terra d’origine, offrendo un sostegno emotivo fondamentale in situazioni difficili come l’emigrazione.

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