Leonardo Sciascia

Libertà e complessità a 100 anni dalla nascita

Leonardo Sciascia scrittore neoilluminista e consapevole erede di Diderot? Leonardo Sciascia scrittore per eccellenza dell’impegno civile? Leonardo Sciascia scrittore dell’antimafia e dell’orrore politico degli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta? Leonardo Sciascia scrittore prestato alla razionalizzazione più estrema del reale?

Sono alcuni dei punti di vista più consolidati intorno all’autore siciliano di Todo modo e del Giorno della civetta. Ma probabilmente non i più indefettibili nel mettere in luce la sua autentica natura di narratore. Anzi, probabilmente tali stessi pregiudizi positivi promuovono una visione fuorviante della sua opera e persino del suo rapporto con la politica.

Se è vero che Sciascia ha posto come obbiettivo essenziale del suo lavoro favorire nel proprio lettorato e nella popolazione in generale una coscienza vigile su se stessa, sulle responsabilità da assumere in relazione al proprio tempo, è infatti soprattutto vero che Sciascia è prima di ogni altra cosa – fin dagli esordi in vesti liriche – un “poeta” e un “favoliere”. Con il che si deve intendere che fu prima di ogni altra cosa, nei modi precipui di tutti i grandi scrittori, un interprete dell’ambiguità a cui sottostanno anche istanze apparentemente più facili da definire quali la politica, l’ingiustizia, la mafia, le abusive leggi eccezionali, la corruzione e lo Stato di diritto.

Insomma, se parlare di Sciascia come scrittore militante è senza dubbio imprescindibile, ugualmente dovrebbe essere imprescindibile ricordare che Sciascia fu e resta un fondamentale cultore della poesia come espressione delle ambivalenze dell’essere, delle cose, della Storia e della stessa natura umana.

Intervista-ritratto a Leonardo Sciascia

Intervista-ritratto a Leonardo Sciascia

A cura di Cesare Chiericati e Claudio Pozzoli (Archivi RSI, 1981)

In questo senso il “poeta” di Racalmuto si iscrive naturaliter nel grande alveo della cultura del Novecento ed è infine un autore molto più novecentesco che neoilluminista, molto più dell’anima e delle sue contraddizioni, dell’uomo come centro di conflitti e dissidi insanabili, di quanto non sia scrittore della mera responsabilità civile o del puro interventismo politico.

Questa preminenza del dato poetico è quindi forse l’elemento che meglio caratterizza la sua percezione del reale. Laddove lo si vorrebbe scrittore dell’engagement, egli è in primo luogo scrittore della mise en abyme. E laddove la sua poeticità, nonché la sua prosa asciutta e intensa, il suo fraseggio perfettamente mimetico rispetto alle circostanze narrate, raccontano che il conflitto è la matrice stessa del moderno e del contemporaneo – e che sottrarsi a tale conflitto equivale a sottrarsi agli stessi imperativi che la poesia pretende da sé – è perentoriamente espressione radicale della narrativa come euristica: quella narrativa che mostra la verità e la giustizia non come conclusioni ma come tragitto, non come assoluti ma come ricerca, non come ideologia ma come iniziazione morale. Mai retore della verità, Sciascia fu un cultore della verità come responsabilità e come avventura dello spirito.

 

Sciascia chiede pertanto al suo lettore di operare scelte fondate sulla coscienza. Ma appunto non affinché si votino a questa o quella partigianeria ma affinché colgano il proprio dovere di mediare moralmente tra le pretese di verità (autoritarismo della verità altrui) e la propria sensibilità di uomini liberi. Come diceva lui stesso riprendendo un motto di Saint-Exupéry: “Non bisogna imparare a scrivere ma a vedere. Scrivere è una conseguenza”.

Così ecco che Sciascia diventa dapprima il cantore della propria vicenda di siciliano e solo a un dipresso cerca di narrare, sempre più audacemente, di volta in volta il conflitto fra mafia e Stato, le molteplici tensioni che animano la politica degli anni Sessanta e Settanta, il dissidio fra un’Italia perduta alla criminalità e un’Italia foriera di dignità e senso civico e la lotta quotidiana per la libertà. Fino ad approdare nel 1979 – probabilmente senza averne in chiaro i precisi orientamenti – nel Partito Radicale, con ogni evidenza alla ricerca del proprio spazio maieutico verso una società da indurre alla consapevolezza senza perderne mai di vista la complessità e l’ambiguità. E per confermare che ogni vera letteratura è sempre illuministica alle fondamenta ma post-illuministica – cioè eo ipso morale – nelle sue risultanze più estreme.

Marco Alloni
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