cinema in sala

“Lo straniero” di Ozon è un’ottima traduzione (con qualche tradimento)

L’adattamento cinematografico dell’opera di Albert Camus dura poco meno del tempo necessario a leggere il romanzo. È rispettoso, ma le scelte del regista francese faranno inevitabilmente discutere chi ha amato il libro

  • Ieri, 17:00
Benjamin Voisin (Meursault) in un fotogramma del film "Lo straniero" di François Ozon

Benjamin Voisin (Meursault) in un fotogramma del film "Lo straniero" di François Ozon

Di: Alessio von Flüe 

Se ti stai chiedendo “Lo straniero di François Ozon vale due ore del mio tempo?” la risposta breve è: sì. È un bel film. Sia esteticamente, con il suo bianco e nero che ha il sapore di un classico; sia narrativamente, per la fedeltà con la quale è riportata la trama del romanzo che ha reso celebre il premio Nobel per la letteratura Albert Camus. La risposta lunga è più sfumata, implica un adeguamento delle aspettative. Procediamo per gradi.

Traduttore o traditore?

Ogni adattamento cinematografico è una traduzione. Il regista traspone in immagini ciò che lo scrittore ha espresso in parole. Ma come ci insegna Umberto Eco, un buon traduttore deve anche essere un buon traditore. A volte è necessario discostarsi dall’opera originale al fine di rispettarne il senso profondo. È un processo complesso, specie quando si affronta un’opera capitale come Lo straniero di Camus. Un’ampia fetta del pubblico paragonerà il film all’immagine che ha costruito nella mente durante la lettura. Evitare il confronto in casi del genere è quasi impossibile. 

51:57
Albert Camus (1913-1960)

Lo Straniero di Albert Camus

Tracce 07.11.2025, 14:05

  • Keystone
  • Sarah Tognola ed Elisa Manca

La traduzione del vuoto

In ambito letterario, Lo straniero è un’opera che poggia sulla voce del protagonista: Camus affida a Meursault il compito di raccontarsi in prima persona, la focalizzazione è interna e fissa. Abbiamo discusso altrove delle difficoltà intrinseche nel tradurre questo tipo di focalizzazione in linguaggio cinematografico. Lo straniero è però un caso particolare: Meursault riporta ciò che vede e sente con una voce priva di emozione, didascalica. È immerso nell’azione, eppure distante dal mondo, come è chiaro già dall’incipit dell’opera: 

Oggi è morta mamma. O forse ieri, non so. Ho ricevuto un telegramma dall’ospizio: “Madre deceduta. Funerali domani. Distinti saluti.” Non significa niente. Forse è stato ieri.

L’aridità della dimensione interiore del protagonista vive in rapporto simbiotico con la lingua che usa. Semplice, diretta, immersiva nell’accezione più nobile del termine; è una lingua che lavora per sottrazione. Questa scelta linguistica si sposa bene con il cinema, che avanza (come il protagonista) per immagini e azioni. Lo stesso Ozon riconosce al Meursault del romanzo questa propensione registica:

Mi sono completamente identificato in lui! Per me è un cineasta! Guarda attorno a sé, vede dei personaggi, degli attori. Gli altri interpretano la loro vita. Lui no, non recita, non mente mai.

François Ozon

Grazie alla natura del linguaggio usato dal protagonista, la prima parte del film funziona alla perfezione: la narrazione di Ozon (salvo per alcune scelte, ci torniamo più avanti) è fedele, basata su quanto accade e sulle reazioni (o, meglio, sull’assenza di reazioni) del protagonista. Poi però qualcosa si incrina. 

Il tradimento

Correrò il rischio di essere accusato di spoiler. A mia difesa, quello che sto per dire è letteralmente la seconda frase della sinossi nel risvolto di copertina dell’edizione Bompiani.

Alla fine della prima parte, tanto nel libro quanto nel film, Meursault uccide inspiegabilmente quello che la penna di Camus definisce soltanto come “un arabo”. Al termine del climax, Ozon sceglie di ricorrere a una voce fuori campo, quella di Meursault, per sottolineare l’importanza dell’evento. Succede lo stesso nel romanzo, ma l’effetto è completamente diverso: leggendo le pagine di Camus siamo abituati alla voce del protagonista, accompagna tutta la narrazione. Nel film suona come un’intrusione, rompe la maschera dell’assenza, sposta gli equilibri caricando di significato quanto successo. È l’ombra di un’intenzionalità, latente nell’opera letteraria. 

La locandina originale del film di François Ozon

La locandina originale del film di François Ozon

Lost in translation

Quelle di Ozon sono scelte consapevoli, dettate dalla volontà di contestualizzare l’opera nel suo periodo storico: il passato coloniale francese e la storia algerina sono ferite ancora aperte, il timore di una ricezione distorta da parte del pubblico è comprensibile. Detto questo, inevitabilmente distorcono la lente dietro la quale Camus voleva apparisse Meursault.

Dalle prime scene con immagini di archivio di Algeri, alla scelta di dare un nome e un ruolo alla sorella della vittima, le scelte di Ozon sono attente e cercano di essere poco invasive. Ma, come detto, spostano gli equilibri. A farne le spese è parte dell’apparato filosofico su cui poggiava l’opera letteraria, che trova all’interno del film un contraltare emotivo. L’assurdismo che Camus avrebbe teorizzato con Il Mito di Sisifo viveva della sottrazione adoperata dall’autore in Lo straniero. Insomma: ogni aggiunta era un rischio, Ozon lo sapeva e ha fatto le sue scelte, ma qualcosa nella traduzione si è inevitabilmente perso.

Nonostante tutto, il film vale le due ore spese per guardarlo e l’estetica merita il grande schermo di un cinema. Se però volete un consiglio: leggete anche il libro, ci si mette circa lo stesso tempo. In fondo perché limitarsi alla traduzione, quando si può leggere l’originale?

11:01
immagine

Novità al cinema

Rete Uno 02.04.2026, 15:05

  • Imago Images
  • Passaggi - Loriana Sertoni

Correlati

Ti potrebbe interessare