Letteratura

Scusa cinema, ma la follia è terreno della letteratura

Ogni medium artistico ha i suoi punti di forza, ma quando si tratta di rappresentare la psiche umana in tutte le sue sfaccettature, la letteratura può fare affidamento su un superpotere espressivo: la focalizzazione interna

  • 2 ore fa
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Di: Alessio von Flüe 

Trovo sempre un po’ stupido paragonare cinema e letteratura. Lo farò lo stesso. Prometto che è per una buona causa. E se non proprio buona, almeno interessante.

Ogni medium ha campi in cui eccelle, penso che su questo si possa essere tutti d’accordo. La radio è intima, ci fa sentire come se qualcuno si rivolgesse proprio a noi. La fotografia riesce a fermare uno sguardo, a cristallizzarlo. Il cinema possiede l’azione, e forse per questo è spesso il più immersivo. Ma l’intimità, quello è territorio della letteratura, che riesce a farci entrare dentro la testa di un personaggio. E siccome la follia è spesso una questione di testa, la letteratura riesce a rappresentarla come nessun altro.

Questione di focalizzazione

Uno dei modi che ha per farlo, quello che la differenzia di più dagli altri media, è la focalizzazione interna.
Riassumendo: la focalizzazione è il punto di vista con il quale i fatti vengono narrati. Può essere di vario tipo. Si dice focalizzazione zero quella in cui vengono raccontati da un narratore onnisciente, che conosce tutto di tutti i personaggi e sa cosa succede in ogni momento. Gli esempi si sprecano: si va da Guerra e Pace di Lev Tolstoj a Orgoglio e pregiudizio di Jane Austen, passando per I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni. All’inizio del Novecento, con il modernismo e il desiderio di focalizzarsi sul punto di vista del personaggio, la focalizzazione zero perde un po’ di mordente e attrattiva. Diciamo, per semplicità, che la nascita della psicanalisi ha avuto un forte impatto sul fenomeno.

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Francesco Gonin, illustrazione tratta da "I promessi sposi" dell'incontro tra don Abbondio e i bravi

Manzoni come i Nirvana

RSI New Articles 10.09.2021, 09:40

Accanto alla focalizzazione zero, ne esistono altri due tipi. Da una parte abbiamo quella esterna, in cui il racconto viene presentato come oggettivo e il narratore è solo un testimone esterno. Spesso è usata nei gialli e nei libri d’avventura. Dall’altra quella interna, in cui il narratore adotta il punto di vista di un personaggio. Nel caso in cui i fatti siano filtrati da un solo personaggio per tutta l’opera, si parla di focalizzazione interna fissa. Fine del brutale, necessario riassunto.

Come detto, la focalizzazione interna guadagna sempre più successo dall’inizio del Novecento. Le narrazioni diventano più frammentate, il flusso di coscienza si impone (James Joyce, stiamo guardando tutti te) così come il monologo interiore. Tutte tecniche difficilmente riproducibili nella nuova modalità di raccontare storie che sta prendendo sempre più piede: il cinema.

La focalizzazione nel cinema

Nel cinema la focalizzazione interna è più complicata. Certo, esiste la voce fuori campo, esistono le riprese in prima persona, ma sono tecniche che producono effetti specifici, e che spesso non reggono la durata di un film. Possiamo seguire un solo personaggio o ne possiamo seguire più di uno, ma la focalizzazione nella maggior parte dei casi rimane in parte esterna. È una generalizzazione, ma si può dire che il grado di separazione dalla mente dei personaggi nel cinema sia sempre maggiore del corrispettivo in letteratura, a parità di volontà di immersione.

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La prima regola di Chuck Palahniuk

RSI New Articles 15.07.2019, 18:00

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Fight Club: osservare la follia, oppure viverla

Prendiamo un esempio concreto: Fight Club, libro e film. Ora, è certo che anche nel film abbiamo un narratore inaffidabile, anche nel film viene trattata la sua follia e lo sgretolamento della sua vita. Per renderlo visibile vengono usate diverse tecniche, dalla voce del protagonista fuori campo al montaggio di scene precedenti, ma con una visione questa volta oggettiva, dopo la rivelazione nel finale. Funziona. Ora però prendiamo l’incipit del romanzo di Chuck Palahniuk:

Tyler mi trova un posto da cameriere, dopodiché c’è Tyler che mi caccia una pistola in bocca e mi dice che il primo passo per la vita eterna è che devi morire. Per molto tempo io e Tyler siamo stati culo e camicia. La gente sempre a chiedermi se sapevo o no di Tyler Durden.

Con la canna della pistola schiacciata in fondo alla gola Tyler dice: «Non moriremo sul serio».

Con la lingua sento i fori che abbiamo praticato nella canna della pistola, un sacco di fori.

C’è una bella differenza. Attraverso la narrazione del protagonista noi non ci limitiamo ad osservare la sua follia dall’esterno, ne siamo parte. Ci abituiamo al suo modo di pensare, diventa in un certo senso nostro per la durata della lettura. E questo, soprattutto nel caso della follia, genera un effetto completamente diverso.

Insomma: i film hanno il primato sull’azione, glielo si deve riconoscere. Leggere qualcosa che succede è sempre diverso dal vederlo rappresentato. Ma se si parla di pensiero, se si parla di follia, non me ne voglia il cinema, ma quello è il terreno della letteratura.

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Follia

Cliché 27.03.2026, 21:55

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