Little Nemo in Slumberland di Winsor McCay

Dream of the rarebit fiend e Little Nemo in Slumberland sono i capolavori di Winsor McCay, fumettista nato nel 1871 fra i laghi del Michigan: due serie che hanno mostrato all’America dei primi del Novecento le incredibili potenzialità racchiuse nel medium-fumetto, tramite tavole stupefacenti per organizzazione del layout, ricchezza immaginifica del disegno, ritmo, colore. Fiumi di inchiostro sono stati versati allo scopo di magnificare queste opere: Benoît Peeters, sceneggiatore e grande appassionato di arte sequenziale, è arrivato a dichiarare che McCay ha inventato il fumetto, punto.
Questo volume contiene (credo sia la prima volta di un’edizione integrale in italiano) tutte le tavole di Little Nemo uscite sul New York Herald, precedute da un’introduzione dello stesso Peeters. E allora, ecco che ci possiamo godere, tutta intera, una delle più grandi opere artistiche di tutti i tempi sul tema del sogno, perché di questo si parla. O meglio, queste storie si volgono nei sogni del protagonista.
Del resto, proprio negli anni a cavallo tra diciannovesimo e ventesimo secolo l’argomento si trovava al centro del dibattito scientifico: l’Interpretazione dei sogni di Sigmund Freud è del 1899. Ma più che quest’ultimo, dentro Little Nemo si vedono classici della letteratura per ragazzi come Le avventure di Alice nel paese delle meraviglie, Il mago di Oz, Peter Pan e Pinocchio, e poi i romanzi e racconti di Stevenson e H.G. Wells; oltre naturalmente al cinema di Georges Méliès, nei confronti del quale le influenze sembrano essere reciproche.
A più di un secolo di distanza da questo capolavoro, possiamo dire che dare sostanza all’inafferrabile onirico rimane un traguardo irraggiungibile per l’uomo. Se mai ci riusciremo, però, dovremo ringraziare anche Winsor McCay e i suoi numerosi discepoli.
Cannon di Lee Lai

Il fumetto realista è stato incredibilmente presente sul mercato editoriale nell’ultimo quarto di secolo, forse per una qualche reazione storica al fatto che, nei cent’anni precedenti, di mercato per quel genere di fumetto ce n’era poco. Di storie che raccontano vita quotidiana contemporanea, ne possiamo contare a centinaia, nel settore graphic novel della libreria più vicina (anche quello, a pensarci, è una novità relativamente recente).
Nonostante questo, Lee Lai è capace di mettere insieme racconti di incredibile impatto, rimanendo in quell’ambito sovraffollato che gli americani chiamo slice of life. E a proposito di americani, conosciamo bene la loro ossessione per le categorie etniche e di genere: Lee Lai è un’autrice transgender, gay, di origine asiatico/australiana (anche se vive da molto tempo in Canada); ma i molti premi che ha accumulato in questi primi anni di carriera da cartoonist non sono certo frutto di un qualche processo di tokenizzazione (perdonate l’uso continuo di inglesismi).
Cannon, come il precedente Stone Fruit, racconta l’amore, la famiglia, l’amicizia in modo semplicemente preciso, toccante, e (in questo caso, invece, perdonate la parola fuori moda) elegante. Poi, sì, dentro Cannon si parla anche di queerness e questioni razziali, ma il centro è sempre il racconto universale dei rapporti umani nei tempi e luoghi che viviamo, e che per riassumere chiameremo: mondo occidentale del 2025. Con qualche incursione magica e surreale, mai forzata, che fa spiccare il volo (letteralmente, visto che intorno alla protagonista appaiono stormi di gazze ladre) al romanzo.
Bulle e pupi di Altan

Altan ha scritto e disegnato 50 anni fa storie che sono ancora perfettamente attuali nel 2025, anzi meglio di qualsiasi fumetto del 2025. Non è questione di esser passatisti, è semplicemente che Altan è meglio in generale. Fatta salva la differenza di mezzo, le sue storie valgono il meglio della letteratura italiana del Novecento, Pasolini, Moravia.
Altan è quello che disegna la Pimpa, per i bambini. E le vignette politiche sulle prime pagine dei grandi giornali. Tutto vero. Ma negli anni Settanta e Ottanta scriveva e disegnava romanzi e racconti che a guardarli oggi sono ancora meravigliosi, invecchiati meglio del barolo. Solo che non sono chic come il barolo, ma schifosi: nel senso che raccontano personaggi brutti che fanno cose orribili. E naturalmente sono storie divertentissime.
Quest’anno è arrivato a compimento il progetto di ristampa di quelle storie, con un volume intitolato Bulle e pupi, che raccolgono materiale degli anni Settanta da tempo fuori catalogo. C’è perfino qualche storia diversa, che vira sul minimalismo, ma per la maggior parte, è l’Altan che conosciamo: tavole meravigliose, piene di sporco e di fango. Sullo sfondo c’è gente che vomita, mentre i personaggi sono vittime di una caricatura feroce: tutti muniti di dita tozze, nasi deformi, doppi menti, denti storti, corpi mollicci e sudati. Ma non sono solo brutti fuori, che sarebbe il meno: sono meschini dentro, lerci e imbroglioni e violenti e stupidi. Come ritratto dell’umanità forse non è proprio ottimista, ma ammettiamolo: ci prende abbastanza.
Colpiti da una pioggia nera di Keiji Nakazawa

Keiji Nakazawa (1939-2012) già negli anni Sessanta e Settanta parlava a fumetti di temi tutt’altro che da ragazzini: ai tempi era rivoluzionario. Parlava, soprattutto, della più grande tragedia del Novecento per il popolo giapponese: la bomba atomica.
Quest’anno sono stati tradotti per la prima volta in italiano i primi racconti di Keiji Nakazawa che ruotano intorno alla bomba, e precedono il capolavoro Gen di Hiroshima. Nakazawa aveva sei anni quando gli americani colpirono la città nel 1945, ed era a tutti gli effetti un hibakusha, un sopravvissuto all’atomica.
Questi racconti non sono autobiografia, sono fiction, ma raccontano un sentimento che sicuramente Nakazawa ha provato: la rabbia. Rabbia delle vittime innocenti e impotenti, contro chi ha pensato e messo in atto quella strage. Per dire: nel primo racconto il protagonista è un killer che uccide solo americani, nel Giappone degli anni Sessanta. E quando gli chiedono perché, lui racconta la storia della bomba, racconta quello che ha visto a Hiroshima, il suo desiderio di vendetta. Il messaggio è piuttosto chiaro.
La guerra raccontata da Keiji Nakazawa colpisce in modo viscerale, come quella che abbiamo letto nei libri di Erich Maria Remarque. E quindi ha ragione un altro grande fumettista, Art Spiegelman, l’autore di Maus, quando dice che il fumetto è, tra tutti i mezzi di comunicazione, quello che con poco o niente permette di ottenere un messaggio potente e diretto. Colpiti da una pioggia nera è solo l’ennesima prova.
Ragazzo di Zuzu

La più talentuosa giovane promessa del fumetto italiano dell’ultimo decennio oggi è sulla soglia dei 30 anni. Cinque anni fa ha stupito con il suo primo graphic novel, Cheese, poi è arrivato Giorni Felici (presto un film, di Susanna Nicchiarelli) e oggi un altro librone, frutto di lunga lavorazione.
Il ragazzo del titolo è in effetti un adolescente del sud Italia, un salernitano. Zuzu è proprio di Salerno, quindi non facciamo fatica a pensare che l’ambiente che racconta sia piuttosto realistico.
Dentro queste 400 pagine: storie adolescenziali, un compagno di scuola scomparso, famiglie in cui è difficile comunicare. E l’amore che arriva e ti coglie proprio tra capo e collo. Ti frega, c’è poco da fare. Lo so che sembra la storia più vecchia del mondo, però – perdonate la banalità – tutta la differenza la fa il modo in cui la storia è scritta e disegnata.
Ai tempi di Cheese, Zuzu sembrava ancora una che imitava le cose che le piacevano di più, i fumetti che aveva letto da ragazzina. Oggi non sembra più nessun altro, ha trovato il suo stile. E la sua parabola artistica è anche un segno dei tempi: solo vent’anni fa, i giovani fumettisti si rifacevano a Dylan Dog, L’uomo Ragno, Dragon Ball. Adesso, cominciano a fare fumetti perché gli piace proprio il graphic novel, perché sono cresciuti con i libri di Gipi. La maturità di Zuzu coincide con quella del fumetto, ed è una bella sensazione.
L’ottima annata per il fumetto
Konsigli 29.12.2025, 17:45
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