Londra, quartiere di Ladbroke Grove, al 202 di Kensington Park Road. Qui, nel 1976, un giovanotto poco più che ventenne di nome Geoff Travis apre il suo negozio di dischi. Lo chiama Rough Trade, dove quel rough più che di “grezzo” ha valenza di qualcosa di non patinato e, dunque, genuino. La musica, nel nostro caso.
L’idea di Travis è permettere a tutti i cercatori di dischi pubblicati da etichette indipendenti di trovare i loro oggetti del desiderio, difficilmente reperibili nei negozi “ufficiali”. Siamo nell’anno zero del punk, quello del primo album dei Ramones e di Anarchy in the U.K., il singolo di debutto dei Sex Pistols. Si sta sviluppando una discografia parallela al circuito delle major, le grandi e potenti etichette. La filosofia è quella del Do It Yourself: i gruppi si producono i dischi da sé, disegnano e stampano le copertine e li diffondono attraverso canali sotterranei.
Travis però ha una visione più strutturata del suo business, che traduce dapprima avviando una rete di distribuzione per i dischi indipendenti e poi costituendo l’omonima etichetta. Anche nel rapporto con gli artisti fa valere la sua filosofia, optando per una più equa divisione dei profitti e lasciando ampia libertà creativa.
La svolta arriva con le sembianze di un quartetto di Manchester di nome Smiths: il loro successo moltiplica il numero di copie vendute, che passano «da qualche decina di migliaia a centinaia di migliaia», ricorda il giornalista Carlo Bordone, ospite di Sandy Altermatt a Kappa. Cifre che diventano difficilmente sostenibili per la rete distributiva dell’etichetta. E in effetti il rapporto fra Rough Trade e la band di Morrissey non avrà un epilogo dei migliori: in buona sostanza, gli Smiths accuseranno l’etichetta di non essere all’altezza delle loro ambizioni.
Le difficoltà strutturali non sono solo di Rough Trade. Proprio in un periodo in cui le indie sono fiorite copiose, le difficoltà si fanno più aspre. «È un po’ come al casinò», spiega Bordone, dove, gira e rigira, alla fine vince sempre il banco. Qui rappresentato dalle major, che rilevano le piccole etichette in sofferenza facendone sussidiarie.
Geoff Travis
È in queste condizioni di mercato che, nel 1991, Rough Trade affronta la dolorosa caduta: travolta da una crisi finanziaria, deve dichiarare bancarotta.
Si risolleverà dal crack dieci anni dopo, quando verrà rifondata (in seguito entrerà nel conglomerato Beggars Group). Il rilancio discografico avviene grazie al successo di un’altra band. Questa volta non viene dal nord dell’Inghilterra ma da oltre Atlantico, da New York: Is This It, il primo disco degli Strokes, fa il botto, e così riparte questa storia all’insegna dell’indipendenza artistica. Una storia di successo (nonostante tutto) che unisce Fall e Scritti Politti a Pulp, Belle & Sebastien, Sleaford Mods e tantissimi altri (non solo per modo di dire).
Travis oggi ha 74 anni e tante battaglie alle spalle, ma Bordone ritrova in lui lo stesso entusiasmo per la musica degli inizi. Un imprenditore ma soprattutto un appassionato, un idealista per il quale «i musicisti vengono prima di qualunque altra cosa» all’interno di un’etichetta che vive come una famiglia. Uno spirito vivace e sempre aggiornato sulle novità, sulle nuove tendenze musicali, il cui sguardo «si accende quando parla di un disco che gli piace».
Nel mondo indie, la borsa in stoffa di Rough Trade, delle dimensioni giuste per farci stare i vinili, è un’icona, il simbolo di una musica che sfida i giganti dell’industria. Magari uscendone con le ossa rotte, ma con la certezza di aver prodotto qualcosa di autentico. Sono le gioie dell’indipendenza.
Kappa
Kappa 12.06.2026, 17:00
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