Per alcuni decenni la parola imperialismo è scivolata ai margini del lessico pubblico, quasi fosse un reperto del Novecento, accostata a termini come colonialismo, lotta di classe, sfere d’influenza, e progressivamente sostituita da un vocabolario più neutro, fatto di globalizzazione, cooperazione, sicurezza condivisa. La fine della guerra fredda aveva infatti alimentato l’idea di un ordine regolato più dai mercati che dalle potenze. Oggi, mentre si riaccende la competizione tra potenze e ritorna con forza il linguaggio del riarmo, quel termine riemerge come strumento interpretativo davanti a scenari che vanno dall’Ucraina a Taiwan, dal Medio Oriente all’Artico, segnalando che qualcosa nella struttura degli equilibri globali si è incrinato.
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Parlare di imperialismo non significa semplicemente constatare l’esistenza di imperi, che attraversano l’intera storia umana, bensì riconoscere una dinamica ricorrente per cui uno Stato, o un sistema di Stati, una volta raggiunta una superiorità tecnologica, finanziaria e militare, tende a proiettare all’esterno la propria forza trasformandola in principio di ordine e presentandola come necessaria. Le giustificazioni cambiano con le epoche, mentre la grammatica di fondo resta riconoscibile. Nell’età coloniale si invocavano religione, civiltà e progresso; nel secondo Novecento sviluppo e stabilizzazione; oggi sicurezza, diritti, democrazia, tutela degli equilibri. Mutano le formule di legittimazione, permane la struttura del discorso che trasforma l’espansione in responsabilità.
Vignetta satirica del 1904: Theodore Roosevelt domina il Mar dei Caraibi con il “Big Stick”, raffigurato come sceriffo e riscossore, simbolo della nuova politica interventista statunitense verso Venezuela, Panama, Cuba e Santo Domingo.
Se si guarda alla lunga durata, emerge un tratto costante. Nessun impero si percepisce come puro dominio, poiché ogni potenza tende a descrivere sé stessa come garante di un bene più ampio, di una pace più vasta, di una razionalità superiore. Roma parlava di ordine universale, gli imperi europei di missione civilizzatrice, le potenze contemporanee di protezione del sistema globale. È proprio nello scarto tra questa autorappresentazione e l’esperienza concreta dei popoli coinvolti che si apre, quasi inevitabilmente, una frattura destinata a produrre resistenze, contro-narrazioni e memorie antagoniste, le quali a loro volta alimentano conflitti di lunga durata.

Fregio del I secolo d.C., la Britannia personificata sconfitta sotto il ginocchio dell’imperatore Tiberio.
Dopo il 1945 si tentò di limitare tali logiche attraverso il diritto internazionale, autodeterminazione e sistema delle Nazioni Unite, nel convincimento che la conquista territoriale dovesse perdere legittimità. La decolonizzazione parve chiudere la stagione degli imperi classici, mentre la competizione mutava forma. Al controllo diretto subentrarono sfere di influenza, dipendenze economiche, architetture di sicurezza asimmetriche. L’impero divenne rete più che territorio, fondato su basi strategiche, infrastrutture, standard tecnologici. Negli ultimi anni anche questo assetto si è indebolito. Interventi senza mandato condiviso, guerre indirette e pressioni economiche hanno reso incerta la distinzione tra pace e guerra. Le nuove tecnologie accentuano la tendenza, poiché strumenti remoti e sistemi digitali permettono di colpire strutture vitali senza occupazioni formali. Ne nasce una conflittualità continua e segmentata, spesso opaca.
Ritorna così il linguaggio della potenza. Deterrenza, blocchi, interessi strategici tornano centrali, mentre alcuni evocano analogie con le crisi che precedettero il 1914. Uno sguardo storico prudente non annuncia destini, riconosce configurazioni di rischio. Accumulo di armi e retoriche di minaccia hanno già prodotto escalation. Conta anche la memoria selettiva, perché le società ricordano soprattutto i torti subiti e rimuovono quelli inflitti, irrigidendo le identità.
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L’imperialismo, in questo quadro, non è uno slogan ma una categoria analitica utile a leggere rapporti di forza e retoriche di legittimazione, soprattutto in un tempo, il nostro, in cui assume forme spesso non territoriali, fondate su tecnologia, finanza e dipendenze strategiche.
La storia non predice il futuro, è noto, allena tuttavia a porre le domande decisive su fonti, interessi e scopi. In tempi di disordine globale è già una forma di lucidità.
RG 12.30 del 15.02.2025 - La corrispondenza da Monaco di Bettina Müller
RSI Info 15.02.2026, 12:19
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