Ci sono persone per cui un aspetto della propria identità e la propria esperienza del “margine” diventano una parte importante del proprio lavoro, se non quella fondamentale. Quando succede, ogni barriera tra vita personale e professionale si dissolve. I valori in cui si crede si alimentano con la propria rabbia e la propria esperienza, ma a che prezzo, in termini di salute, energia, soldi?
È quello che capita a insegnanti di sostegno con disabilità, per esempio. O a psicoterapeute razzializzate che lavorano sul trauma della diaspora. Ma anche a chi si occupa di ricerca, formazione, giornalismo, divulgazione, arte, e il cui lavoro si basa su oppressioni che vive in prima persona.
Inoltre, il piano del lavoro e dell’attivismo spesso si intersecano. Si dedicano tempo ed energie per la causa, spesso senza (un’adeguata) retribuzione, per supplire alle mancanze di istituzioni e all’assenza di alleanze. Lo sforzo di “sistemare le cose” ricade spesso interamente sulle spalle di chi vive un’oppressione, una discriminazione.
«La posta in gioco, soprattutto emotiva, è alta» racconta Chiara Pennetta, insegnante di sostegno e attivista sorda. «Nel bene o nel male, le battaglie che combatti per difendere i diritti altrui con la tua professione sono anche le tue, quindi le sconfitte bruciano di più, ma le vittorie sono ancora più dolci. Portare la propria identità e la propria esperienza come parte fondante del proprio lavoro può far sentire vulnerabili e potenti allo stesso tempo. La competenza si arricchisce grazie all’esperienza personale e l’esperienza personale acquisisce consapevolezza e profondità grazie alla competenza».
Potremmo usare la metafora dell’investimento: si mette a disposizione il proprio capitale umano più intimo, cioè la propria identità di persona discriminata e oppressa. La possibilità di guadagno è enorme: una società più giusta, l’emancipazione di sé e delle persone di cui ci si prende cura. Si ha un lavoro di cui si percepisce ed esperisce il senso, di cui si vedono gli effetti concreti sulla propria vita e su quella della propria comunità. Però anche il rischio è grande: in una società capitalista, i valori di aziende e istituzioni sono volatili. I fondi per l’accessibilità e l’inclusione vengono tagliati da un giorno all’altro (come stiamo vedendo con le marce indietro sulle politiche DEI), lasciando chi lavora in questi ambiti senza tutele, e, peggio, con il senso di aver “svenduto” la propria identità e la propria storia. C’è il rischio di una bancarotta emotiva, psicologica, fisica, oltre che economica. Quando il lavoro subisce un attacco, non fallisce solo una prestazione professionale, perché si è ipotecata la propria identità. E anche la stima di sé può crollare.
Nel mercato del lavoro contemporaneo c’è una forte domanda di “storie di resilienza”. Alle persone marginalizzate viene chiesto di raccontare la propria esperienza di marginalizzazione, in continuazione, e senza possibilità di uscita. Per esempio, a scrittrici e scrittori post-coloniali verrà chiesto solo di scrivere di razzismo e migrazione. La scrittrice italofona nata in Sri Lanka Nadeesha Uyangoda racconta che «si trovano a fare i conti con le aspettative del mercato, la paura di svendersi e quella di “tradire le proprie origini”, qualunque cosa significhi». È quello che prova una delle protagoniste di Acqua sporca (Einaudi, 2025), la giovane fotografa Ayesha, anche lei italofona nata in Sri Lanka: Uyangoda ne descrive minuziosamente il sentire nel capitolo intitolato Una storia autentica. Ma è anche quello che prova Majid Capovani Salvetti, scrittore e attivista: «Le persone cominciano ad aspettarsi che ogni tuo lavoro, ogni cosa che crei, parli della tua storia, delle tue esperienze e traumi (con un mix di voyeurismo e inspiration porn), insomma, della categoria di cui fai parte. Come se non potesse esistere altro, altri interessi, altri temi, altre visioni, al di fuori di quello e ti ritrovi ad essere confinato sempre negli stessi ambienti, anche quando vorresti uscire nel mondo e raggiungere altre persone».
Alle persone marginalizzate viene chiesto di esibire il proprio trauma o la propria fatica quotidiana per ottenere credibilità o per giustificare il proprio lavoro. «Dover rendere conto di chi si è; rendere conto di chi si è; sentire di dover rendere conto di chi si è», spiega l’attivista, scrittrice e teorica Sara Ahmed (Vivere una vita femminista, ETS, 2022; traduzione mia). Questa dinamica costringe a una continua riattivazione del trauma “a scopi professionali”.
Alle persone marginalizzate viene anche chiesto di “adattarsi”: «Pur essendo talvolta chiamata a parlare di neurodivergenza nella doppia veste di esperta e di persona neurodivergente, capita che quegli stessi contesti facciano molta fatica a rendere il contesto accessibile a persone neurodivergenti, pur desiderandolo, evidentemente – o almeno desiderando di essere pensati come accessibili e interessati» racconta Eleonora Marocchini, psicologa, psicolinguista e comunicatrice. «E che si aspettino da me che mi adatti a loro, mentre gli spiego come adattarsi alle persone neurodivergenti. Il fatto è che io me ne faccio carico, perché so di avere un ruolo – come docente, formatrice, divulgatrice – che in quei contesti sovrascrive in parte la mia identità, o perlomeno viene prima, ma sento anche il rischio che questa dinamica diventi il default: un interesse che si fatica a calare nella realtà quando si ha di fronte una professionista, o più semplicemente una persona, che “non sembra” averne bisogno».
Se in un posto di lavoro c’è una persona con disabilità o una persona queer, a quella figura verrà automaticamente delegata qualsiasi questione legata a quel tema. C’è da seguire un progetto sull’accessibilità o su questioni LGBTQIA+? «Pensaci tu, che sei (completare a piacere)». Questo si traduce in un secondo lavoro, invisibile e spesso non retribuito, che si somma alle mansioni ufficiali.
Inoltre, quando chi educa, assiste o cura condivide la stessa marginalità di studenti, clienti o pazienti, il rapporto non è una semplice alleanza esterna. C’è un’immedesimazione profonda. Se la scuola nega un diritto a una persona con disabilità, chi insegna ed è a sua volta disabile, vive quell’ingiustizia due volte: come professionista impotente e come persona colpita in prima persona da quella stessa discriminazione.
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Alphaville 17.06.2026, 12:05
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