Quando il 20 febbraio 1986 un razzo Proton sovietico sollevò dal cosmodromo di Baikonur il primo modulo di una nuova stazione spaziale, nessuno poteva immaginare che quell’avamposto sospeso nel vuoto sarebbe diventato uno dei simboli più potenti del Novecento tecnologico.
La stazione spaziale Mir – parola russa che significa “pace”, ma anche “mondo” e “comunità” – nacque nel pieno della Guerra Fredda come dimostrazione della superiorità tecnico‑scientifica sovietica, e si trasformò nel tempo in un laboratorio orbitante di cooperazione internazionale. Si tratta della più grande e duratura stazione spaziale mai costruita dall’uomo, nata come stazione strettamente russa e che tuttavia, nel corso degli anni, divenne la base perfetta per una cooperazione internazionale nell’esplorazione spaziale, specialmente nel corso degli agganci avvenuti con lo Space Shuttle.
Mir fu progettata per restare operativa circa cinque anni, ma superò ogni previsione e vi rimase per oltre quindici anni, completando più di 86.000 orbite a circa 350‑375 chilometri sopra la superficie terrestre, con un giro completo del pianeta ogni novanta minuti.
La sua struttura era rivoluzionaria: non un unico blocco lanciato nello spazio, ma un complesso modulare assemblato progressivamente in orbita. Al modulo centrale si aggiunsero nel tempo anche Kvant‑1, dedicato anche all’astronomia a raggi X; Kvant‑2, con sistemi avanzati di supporto vitale e una camera di compensazione per le attività extraveicolari; Kristall, per esperimenti sui materiali e sulla biotecnologia; Spektr e Priroda, moduli dedicati all’osservazione della Terra e alla ricerca ambientale. Questa architettura modulare divenne il modello per la futura Stazione Spaziale Internazionale (ISS).
Mir fu così teatro di imprese umane straordinarie: ospitò più di cento astronauti e cosmonauti di undici nazioni diverse e permise missioni di lunghissima durata. Tra queste spicca quella del medico Valerij Polyakov, che trascorse più di quattordici mesi consecutivi nello spazio, dimostrando la possibilità di permanenze prolungate in microgravità; un dato cruciale in prospettiva di future missioni verso Marte. Nel corso della sua vita operativa furono condotti decine di migliaia di esperimenti in biologia, medicina, fisica dei materiali e scienze della Terra, contribuendo in modo determinante alla comprensione degli effetti dello spazio sul corpo umano e sui sistemi tecnologici.

Schema della stazione spaziale Mir aggiornato a maggio 1996, dopo l’arrivo del modulo Priroda e l’installazione dei nuovi pannelli solari su Kvant‑1. In figura sono visibili anche una Progress e una Soyuz attraccate alla stazione.
Il vero punto di svolta arrivò però negli anni Novanta. Con il crollo dell’Unione Sovietica nel 1991 e le difficoltà economiche della nuova Federazione Russa: Mir passò dall’essere un simbolo di competizione a un laboratorio di cooperazione. Nacque il programma Shuttle‑Mir: tra il 1994 e il 1998 diverse missioni dello Space Shuttle statunitense si agganciarono alla stazione, consentendo ad astronauti americani di vivere e lavorare a bordo insieme ai colleghi russi. L’esperienza congiunta divenne il banco di prova per la futura collaborazione nella Stazione Spaziale Internazionale.
Con il passare degli anni, tuttavia, l’invecchiamento della struttura e la concentrazione delle risorse sulla nuova ISS resero inevitabile la decisione di dismettere la stazione. Dopo manovre di rallentamento controllato effettuate con un veicolo Progress (una capsula spaziale senza capacità di rientro nell’atmosfera terrestre), il 23 marzo 2001 Mir rientrò nella nostra atmosfera e si disintegrò in un impressionante spettacolo di luce e plasma sopra l’Oceano Pacifico, dove i frammenti superstiti si inabissarono lontano dalle rotte abitate.
https://rsi.cue.rsi.ch/info/scienza-e-tecnologia/Cinquant%E2%80%99anni-di-esplorazione-spaziale-europea--2866790.html
La stazione spaziale Mir non fu quindi soltanto un capolavoro ingegneristico, fu soprattutto un laboratorio culturale orbitante, un crocevia di lingue, competenze e visioni del mondo. Nata come strumento di competizione ideologica, concluse la sua esistenza come simbolo concreto di collaborazione internazionale.
E il suo nome, “pace”, rimane oggi il lascito più potente di quella città sospesa nel cielo che per quindici anni dimostrò come l’umanità, guardando oltre i propri confini, possa trovare nello spazio non solo conquista, ma anche cooperazione. Un insegnamento che la Terra continua ad attendere.

Space beyond
Grandi Doc 18.02.2026, 07:00









