Negli ultimi anni, la crescente esigenza dei consumatori di essere più informati e consapevoli riguardo alla propria alimentazione ha stimolato la popolarizzazione all’uso di alcuni strumenti di valutazione dei prodotti alimentari. Un esempio è Yuka, l’applicazione che valuta alimenti e cosmetici assegnando loro un punteggio da 0 a 100.
Si tratta di una risorsa utile se utilizzata con spirito critico e consapevolezza, ma è bene capire appieno i suoi meccanismi per non prendere i suoi risultati come verità assolute.
Yuka e il suo metodo di valutazione
Il funzionamento dell’app si fonda su tre criteri.
Il 60% del giudizio è basato sulla valutazione nutrizionale del Nutri-score, l’etichetta a semaforo che vediamo stampata su molti degli alimenti in commercio. Partendo dalla tabella nutrizionale, il suo calcolo valuta i prodotti con una scala colorata da A a E: sono privilegiati gli alimenti con un maggior apporto di proteine e fibre, e sfavoriti quelli ricchi in sale, zucchero e grassi saturi.
Nutri-Score
RSI Food 27.05.2024, 10:05
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Il secondo criterio, che pesa per il 30% sul giudizio finale, analizza la presenza degli additivi nei prodotti alimentari. Yuka lo fa dichiarando di “tenere conto delle opinioni dell’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA) e dell’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (IARC), ma anche di molti studi indipendenti”.
Il restante 10% della valutazione premia invece gli alimenti biologici.
Una volta scansionato il codice a barre, all’utente comparirà un punteggio complessivo da 0 a 100, con un bollino colorato associato al giudizio e che cambia ogni 25 punti: da 0 a 25 è scarso, da 25 a 50 è mediocre, da 50 a 75 è buono e da 75 a 100 è eccellente. Sulla schermata appariranno anche le spiegazioni del punteggio.
Attenzione alle sfumature
È uno strumento immediato e semplice da utilizzare, che risponde alla necessità dei consumatori di orientarsi tra le numerose alternative e individuare i prodotti migliori sul mercato. Semplifica questo processo evitando la lettura e il confronto manuale di ingredienti e tabelle nutrizionali. Il suo successo è anche un riflesso della crescente esigenza di chi acquista di essere indipendente, al di là delle strategie di marketing e pubblicitarie.
Abbiamo interrogato Chiara Jasson, nutrizionista, per chiederle cosa ne pensasse di questi strumenti: «Possono avere un ruolo positivo soprattutto come primo livello di consapevolezza. Aiutano i consumatori a leggere le etichette, a confrontare prodotti simili e a interrogarsi sulla qualità complessiva di ciò che acquistano. In questo senso, favoriscono un atteggiamento più attivo e critico nei confronti dell’alimentazione ».
Tuttavia, il rischio di uno strumento così immediato è quello di un utilizzo alla cieca, accettando i suoi giudizi senza considerare il contesto generale.
Innanzitutto, un alimento con una valutazione scarsa può allarmare l’utente inducendolo a pensare che lo debba eliminare o limitare dalla sua dieta. Lo conferma Jasson: «Il rischio è la semplificazione eccessiva. I punteggi si basano su algoritmi che non sempre tengono conto del contesto alimentare complessivo, della frequenza di consumo, delle porzioni reali o delle differenze individuali. Un alimento può risultare “scarso” secondo l’app, ma essere perfettamente compatibile con una dieta equilibrata se consumato occasionalmente. Il rischio è che il consumatore interpreti il giudizio come assoluto, anziché come uno spunto informativo. Un esempio è la frutta secca oleosa, alla quale viene assegnato a volte un punteggio scarso seppur si tratti di un alimento funzionale perché ‘grasso’».
Questo ci porta a riflettere sull’importanza di considerare la quantità e la frequenza di consumo, sia per gli alimenti nutrizionalmente densi, sia per quelli percepiti come meno sani. Ad esempio, un pacchetto di biscotti, per la sua composizione ricca di zuccheri e grassi, difficilmente otterrà un punteggio elevato su Yuka. Tuttavia, se consumato occasionalmente e in piccole porzioni, non avrà effetti negativi sulla salute e può rientrare tranquillamente in una dieta equilibrata. Un bollino rosso, in questo caso, può generare preoccupazioni ingiustificate riguardo a un alimento che, nel giusto contesto, non rappresenta un problema.
La questione degli additivi
Anche il secondo criterio, che valuta il prodotto in base alla presenza di additivi, pone qualche criticità. Gli additivi sono sostanze, con o senza valore nutritivo, che vengono aggiunte agli alimenti, in particolare nei cibi industriali, per prolungarne la conservazione, preservarli da contaminazioni microbiche e decomposizione, e rendere più “accattivanti” sapore, odore, colore, forma e consistenze.
Per essere ammessi in commercio sono sottoposti a controlli da parte di enti nazionali e internazionali che ne garantiscono la sicurezza e ne stabiliscono le condizioni d’uso. In Svizzera sono regolati dall’Ordinanza (OAdd) del Dipartimento federale, che li elenca, ne descrive i livelli massimi e i campi di applicazione (le sostanze che non figurano sulla lista sono proibite). Per essere autorizzati, gli additivi alimentari devono essere innocui per la salute e tecnologicamente necessari. Inoltre il consumatore non deve essere tratto in inganno dall’uso dell’additivo. Se consumati nei limiti delle direttive legali, gli additivi non sono dannosi per la salute.
È comprensibile che esista una certa diffidenza, soprattutto in caso di consumo frequente di alimenti ultraprocessati. Il tema non è tanto il singolo additivo, quanto il modello alimentare complessivo: una dieta basata prevalentemente su prodotti freschi e minimamente processati riduce automaticamente l’esposizione agli additivi, senza bisogno di demonizzarli. In alcuni casi specifici (ipersensibilità individuali, bambini, particolari condizioni cliniche) può essere opportuno prestare maggiore attenzione, ma parlare di “pericolo” in senso assoluto non è scientificamente corretto
Chiara Jasson, Nutrizionista
La paura degli additivi deriva piuttosto dalla paura degli alimenti ultraprocessati. Questi, in ogni caso, non dovrebbero costituire la base di una dieta equilibrata: non per la presenza degli additivi, ma perché spesso sono carenti in sostanze nutritive e ricchi di zuccheri, sale e grassi saturi. Questo però, un’ app come Yuka non lo prende in considerazione, ma piuttosto pone l’accento su un additivo in sé, mettendo in allarme il consumatore senza che ci sia un particolare pericolo.
Prendiamo l’esempio dei mono e digliceridi (E471): sebbene Yuka li segnali frequentemente come ‘a rischio’, le autorità come l’EFSA e l’USAV li ritengono pienamente sicuri e ne consentono l’uso in numerosi prodotti alimentari. Se si legge infatti tra gli studi citati, si può notare come alcuni dicano proprio che queste sostanze non sono dannose.
Il bonus del biologico
Infine, i cibi biologici ricevono un ‘bonus’ nella valutazione. Anche se il loro consumo è spesso preferibile per ragioni ambientali, dal momento che non fanno utilizzo di input chimici, è fondamentale distinguere questo aspetto da quello della salute. Attualmente, non esistono evidenze scientifiche robuste che dimostrino una superiorità nutrizionale significativa degli alimenti biologici rispetto a quelli convenzionali. Le maggiori quantità eventuali di micronutrienti in questi prodotti non sono comunque sufficienti a giustificare una superiorità complessiva per la salute.
Ricapitolando, un utilizzo mirato e consapevole può sicuramente essere d’aiuto per chi ha bisogno di capirne di più sulle proprietà nutrizionali, ma è importante mantenere una certa distanza rispetto ad allarmismi non necessari.
I consigli di Chiara Jasson: una visione di insieme
- Privilegiare alimenti poco processati e una dieta varia;
- Leggere le etichette senza cercare la perfezione, ma per capire cosa si consuma abitualmente;
- Considerare la frequenza e le quantità, non solo la presenza o assenza di un singolo ingrediente;
- Evitare un approccio “bianco o nero” al cibo, che può generare ansia e rigidità inutili.
Un’alimentazione sana non nasce dal controllo ossessivo di ogni prodotto, ma da scelte coerenti nel tempo, informate e sostenibili. Le app possono essere uno strumento utile, purché restino un supporto e non sostituiscano il buon senso, l’educazione nutrizionale e, quando necessario, il confronto con un professionista.
Chiara Jasson, Nutrizionista




