RITRATTI E STORIE

La firma di Jumpei Sato sul sake d’eccellenza

Da Yamagata, il produttore nipponico guida la rivoluzione di questo fermentato, svelandoci come la lucidatura estrema del riso crei l’eleganza del Junmai Daiginjo

  • 21.11.2025, 11:30
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  • Cristina Volpi / Tatenokawa
Di: Haluka De Toni 

Tradizionalmente, l’abbinamento cibo-bevanda evoca immediatamente il vino. Eppure, il sake negli ultimi anni sta guadagnando un apprezzamento sempre maggiore anche alle nostre latitudini, rivelando una complessità e una profondità che possono sorprendentemente rivaleggiare con quelle del vino. A condurci in questa affascinante esplorazione sarà Jumpei Sato, sesta generazione della storica sakagura giapponese Tatenokawa, fondata nel lontano 1832 dal capo di un clan di samurai Uesugi. Un incontro reso possibile grazie all’iniziativa di Cristina Volpi, sommelier di sake e referente di Kitsune Trading. Il legame di Sato con questo prodotto è profondo, come egli stesso esprime: «Mi ricordo ancora quando da bambino giocavo nella nostra sakagura. Questo prodotto è dentro di me dalla mia infanzia».

Un viaggio che ci porterà nel cuore del Giappone per scoprire non un sake qualsiasi, ma il Junmai Daiginjo: l’espressione più alta di quest’arte millenaria, un’eccellenza che porta la firma del maestro Jumpei Sato e che oggi ispira l’intero settore.

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Cristina Volpi in partenza per il sol levante!

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  • Luca Ferrara

la Svizzera del sake giapponese

Jumpei Sato produce il suo sake nella prefettura di Yamagata, un luogo che, a suo dire, ricorda molto la Svizzera grazie alle montagne. È qui che si producono fermentati di altissima qualità, in particolare le tipologie Junmai Ginjo e Daiginjo. Questa eccellenza è dovuta a fattori chiave: la zona di Yamagata è rinomata per la sua acqua purissima e il riso di altissima qualità, ingredienti fondamentali per un sake di grande finezza. A ciò si aggiunge un clima particolarmente favorevole, con inverni molto rigidi, condizione ideale per la lenta e controllata fermentazione del prodotto.

La prefettura vanta inoltre il primato di essere stata la prima in Giappone ad aver ottenuto la G.I. (Geographic Indication) per il sake, a garanzia dell’origine e della qualità del prodotto.

A partire da sinistra: Junmai Daiginjo Kyuryu, Seiryu -Stream e Malolac

A partire da sinistra: Junmai Daiginjo Kyuryu, Seiryu -Stream e Malolac

  • Cristina Volpi

L’arte dell’eccellenza in un chicco

Per la produzione del sake si impiega una tipologia di riso specifica, il sakamai, che si distingue nettamente dal comune riso da tavola, quest’ultimo più tondo e ricco di carboidrati. Jumpei Sato seleziona un sakamai proveniente esclusivamente dalla sua regione, una scelta precisa volta a valorizzare appieno le risorse del territorio.

La particolarità del suo sake Junmai Daiginjo risiede nell’estremo livello di lucidatura del chicco. Questo processo, infatti, riduce il riso fino a conservare solo l’1% del nucleo originale: una frazione minuscola, grande quanto una perlina di caviale. Ciò significa che il 99% della parte esterna del chicco viene meticolosamente abraso. Questa levigatura elimina le componenti (come proteine e grassi) che, durante la fermentazione, generano note più rustiche, acidità e un umami marcato, permettendo così di raggiungere un’assoluta eleganza gustativa.

Jumpei Sato è stato il pioniere nel raggiungere questo risultato. Fino alla sua innovazione, le seimaiki (tradizionali macchine per la sbiancatura del riso), che operano per abrasione a pietra, riuscivano a ridurre il chicco al massimo fino al 35% della sua massa. Sato, al contrario, ha messo a punto una tecnica di abrasione lentissima, che si protrae anche per due mesi, necessaria per isolare quel singolo punto percentuale del riso.

Nulla di questo processo va sprecato: la polvere di riso scartata viene riutilizzata per produrre cracker, mangimi per animali e dolci tradizionali come il dango.

Alcune delle preparazioni per la produzione del sake

Sake e vino: due filosofie a confronto

Sake e vino, pur essendo entrambi prodotti fermentati, seguono filosofie produttive quasi opposte per raggiungere l’eccellenza. Nel vino, complessità e struttura sono spesso il risultato di un processo “per aggiunta”: lunghe macerazioni, l’affinamento in legno e l’interazione con l’ambiente arricchiscono il profilo organolettico. Nel sake di alta qualità, al contrario, si opera “per sottrazione” attraverso il processo di levigatura del chicco di riso.

Questa divergenza filosofica si riflette anche nelle pratiche di conservazione. Il sake, in particolare quello di alta gamma, è estremamente sensibile alla luce e al calore. Per salvaguardare i suoi delicati profili aromatici e rallentarne l’ossidazione, la conservazione in frigorifero è cruciale. La sua stabilità è garantita dalla pastorizzazione, un passaggio che, a differenza di quanto accade per molti vini, consente di evitare l’impiego di solfiti. Ed è proprio grazie a questa maggiore stabilità che il sake, una volta aperto, è spesso ritenuto capace di mantenere intatte le sue qualità organolettiche per un periodo più prolungato rispetto al vino, permettendo di richiuderlo e gustarlo a più riprese nell’arco di diversi giorni.

Consigli per degustare il sake

Il sake è un compagno ideale per il cibo: dopo aver portato un boccone alla bocca e mentre lo stai ancora assaporando, sorseggia una piccola quantità di sake. Prima di deglutire, espira delicatamente dal naso: questo gesto non solo attenua la percezione dell’alcol, ma esalta anche gli aromi più sottili, creando una sinergia profonda tra sake e piatto.

La sfida del clima e la visione globale

Il cambiamento climatico è una realtà tangibile che sta ridefinendo persino la millenaria arte della produzione del sake. Le sue ripercussioni si manifestano direttamente sulla materia prima essenziale: il riso. L’alterazione delle condizioni climatiche rende i chicchi più duri e meno malleabili, imponendo un cambiamento radicale delle procedure di lavorazioni. Tempi di levigatura e lavaggio si allungano, richiedendo maggiore energia e precisione, un adattamento costante per preservare la qualità e l’autenticità di un prodotto simbolo della cultura giapponese.

È in questo contesto di trasformazione che Jumpei Sato si impegna a far conoscere il sake nel resto del mondo. Il mercato giapponese, infatti, sta attraversando un periodo di forte contrazione. Sato stesso lo testimonia: «Sono entrato in azienda 23 anni fa, e rispetto a un tempo oggi il mercato si è quasi dimezzato; il consumo si riduce ogni anno». Questa tendenza è dettata dalle nuove generazioni che, sia in Giappone che in Occidente, mostrano una minore propensione al consumo di alcolici, preferendo alternative diverse come bevande analcoliche o vini deacolati. Per Jumpei Sato, la diversificazione e l’espansione internazionale non sono più opzioni, ma la chiave per la sopravvivenza e la rinascita di un prodotto ancora vista di nicchia.

La filosofia di Jumpei Sato è chiara e diretta: «Potrebbe sembrare banale», riflette, «ma ciò che vorrei che il sake potesse esprimere è semplicemente: “questo prodotto è molto buono”. Avrei potuto parlare del duro lavoro che sta dietro alla produzione o della scoperta del territorio, ma credo che sia la bontà intrinseca di un prodotto a spingere la curiosità di scoprire dove e come viene fatto». La qualità è il primo e più potente ambasciatore del sake, capace di aprire le porte a nuove scoperte e apprezzamenti globali.
E chissà, forse la prossima volta che sarete invitati a cena, potreste sorprendere i vostri ospiti con una bottiglia di sake. Potrebbe essere l’inizio di un’affascinante scoperta per tutti.

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  • RSI
  • Luca Ferrara
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