Nel 2026 ricorrono i cento anni dalla nascita di Paul Bocuse, lo chef francese che ha rivoluzionato la gastronomia mondiale. Un anniversario che diventa l’occasione per rimettere a fuoco una figura cruciale dell’universo culinario attuale.
Raccontare chi era “Monsieur Paul” è una lente anche sul nostro presente, non è solo un pezzo di storia francese. Nell’epoca dei cuochi-star, dei format, delle classifiche e dell’alta cucina come intrattenimento globale, è lui che ha trasformato il cuoco in personaggio pubblico. È sempre lui ad aver anticipato un mondo in cui l’alta gastronomia è insieme artigianato e spettacolo, esperienza e narrazione. Un sistema in cui la reputazione vale quanto un servizio perfetto e in cui un piatto vive due volte: quando viene mangiato e quando viene raccontato.
Dalle risaie della Saône alla fama mondiale, e ritorno
Bocuse nasce l’11 febbraio 1926 a Collonges-au-Mont-d’Or, tra le risaie della Saône, vicino a Lione. Muore nello stesso paese, il 20 gennaio 2018: una biografia che, già nella geografia, racconta la cifra di un uomo capace di trasformare il suo paese natale in una meta imprescindibile sulla mappa della gastronomia mondiale.
20.01.2018: È morto Paul Bocuse
RSI Telegiornale 20.01.2018, 21:15
Figlio e nipote d’arte, alla quinta generazione di mugnai, rosticceri e cuochi, la storia di Bocuse è fatta di contrasti: temperamento forte, gusto per la scena e battute fulminanti, ma anche una timidezza di fondo che riaffiora dietro l’istrionismo. Cresce in un mondo dove la cucina è prima di tutto concretezza, legata al territorio e alla necessità; poi arriva la formazione “dura”, l’apprendistato e la gavetta, fino al ritorno a casa, nel 1956: Collonges diventa la sua firma grazie al ristorante L’Auberge du Pont de Collonges (spesso chiamato semplicemente “Bocuse”).
È lì che nasce il “Monsieur Paul” che farà scuola: severo sul lavoro, ossessionato dalla perfezione, e insieme capace di intuire che la cucina poteva uscire dalle sale e diventare racconto pubblico e fenomeno di costume.
Negli anni Sessanta, quando arriva la terza stella Michelin, l’attenzione internazionale è al massimo. Nel decennio successivo Collonges è ormai un santuario: file di curiosi, giornalisti, discepoli; un successo che lo trasfirna definitivamente in figura globale.
Abbraccia la stagione della Nouvelle Cuisine e allo stesso tempo la contesta quando sente che l’idea si fa astratta, rivendicando semplicità, materia e piacere. Sotto il personaggio, infatti, resta la sua idea più testarda (e moderna): nel piatto le cose devono avere il gusto di ciò che sono, riconoscibili, senza trucchi. Un prodotto di qualità, una cottura giusta, un buon condimento: un buon lavoro, per Bocuse, comincia sempre da lì.
Ho fatto uscire i cuochi dalle cucine — il problema sarà farli rientrare
Bocuse perde una stella dopo 55 anni
Telegiornale 17.01.2020, 13:30
L’eredità sistemica: gusto, organizzazione, immaginario
Quella che lascia Bocuse al mondo dell’alta gastronomia è un’eredità sistemica: gusto, organizzazione del lavoro, immaginario pubblico. In altre parole, ha contribuito a definire che cosa intendiamo oggi per “alta cucina” non solo nel piatto, ma nel modo in cui viene prodotta, raccontata e desiderata.
Sul piano culinario, un dettaglio spesso frainteso: Bocuse non è l’icona di una cucina “minimal” in senso moderno. È piuttosto un modernizzatore che porta chiarezza, precisione e leggerezza dentro una tradizione ricchissima, senza rinnegarla. La gastronomia francese, con lui (e con una generazione), impara a cercare nitidezza: sapori più leggibili, cotture più controllate, salse meno dominanti, una presentazione che non è decorazione ma messaggio e parte imprescindibile di un piatto.
Sul piano professionale: la gastronomia come mestiere organizzato. Brigata, gerarchie, disciplina, ripetibilità: elementi che esistevano già, ma che in quella stagione diventano modello aspirazionale internazionale. Se oggi diamo per scontato che un ristorante di alta gamma sia una macchina di precisione (non un’ispirazione quotidiana), è anche perché quel modello è stato reso visibile, raccontabile, esportabile.
Sul piano mediatico: lo chef come persona pubblica. Bocuse è tra quelli che hanno reso plausibile l’idea che uno chef possa essere simbolo nazionale e volto mediatico e che un ristorante possa vivere non solo di tavoli, ma di reputazione planetaria.
Secondo varie ricostruzioni, Paul Bocuse è stato uno dei modelli reali che hanno ispirato Auguste Gusteau, lo chef “guida” del film Ratatouille (Pixar, 2007). Portando il grande chef del secolo in una dimesione di cultura pop. L’universo del film è diventato poi anche un’esperienza dal vivo a Disneyland Paris che si è avvalso dell'aiuto di Bocuse per creare l’attrazione “Ratatouille: L’Aventure totalement toquée de Rémy”, inaugurata il 10 luglio 2014, insieme all’area parigina “La Place de Rémy”, un quartiere parigino come quello del film ricostruito nel parco Disney Studios.
Il Bocuse d’Or: la competizione come linguaggio globale
Se c’è un’invenzione che ha reso Bocuse contemporaneo al nostro presente, è il Bocuse d’Or: una competizione immaginata negli anni Ottanta e partita nel 1987, che ha contribuito a trasformare l’alta cucina in performance pubblica di cuochi che diventano veri e propri atleti. Gara, tecnica esibita, pressione da competizione.
Un format, quello delle competizioni, che da anni imperversa a livello globale non solo nel mondo dei cuochi, ma anche in quello della pasticceria e gelateria, solo per fare qualche esempio. Eventi che non vogliono essere solo spettacolo bensì un’infrastruttura culturale che crea un linguaggio comune e una geografia di talenti che, grazie alle competizioni, possono formarsi, confrontarsi e ampliare le proprie esperienze. Se oggi l’alta cucina viaggia anche come evento, e la precisione diventa disciplina quasi “sportiva”, lo si deve anche ad eventi come il Bocuse d’Or.
Il Bocuse d' Or 2019
Telegiornale 30.01.2019, 13:30
Bocuse ci consegna un’idea semplice, spesso ancora oggi non capita dalla ristorazione: la grande cucina non traveste, rivela. E quando funziona assomiglia a una verità calda — forse facile da raccontare, ma difficilissima da ottenere.


