Ci sono vignaioli che lavorano sul piano. E poi ce ne sono altri che scelgono la fatica, la pendenza, il lavoro manuale. Vincenzo Meroni appartiene senza dubbio a questa seconda categoria. Da sei anni Vincenzo porta avanti il progetto da solo, dopo la scomparsa del fratello Marco.
La sua è una viticoltura che non conosce scorciatoie: non è meccanica, non è comoda, non è industriale. È una viticoltura eroica, nel senso più autentico del termine.
La storia dei fratelli Meroni
La storia dei Fratelli Meroni nasce nel 1986 a Biasca, come passione coltivata nel tempo libero da due gemelli, Marco e Vincenzo. Una tradizione di casa fatta di vigna, animali e territorio. All’inizio c’erano anche capre e pecore, e un padre ferroviere che non voleva trasformare l’agricoltura in un’azienda vera e propria, ma che ha comunque trasmesso l’amore per la terra.
I vigneti sono pochi ettari — circa un ettaro e mezzo in totale — ma sparsi tra Riviera, Blenio e Leventina. Tre valli, tre identità, un unico filo conduttore: pendii ripidi, terreni difficili, luoghi dove le macchine non arrivano e tutto dipende dalle mani dell’uomo.
È qui che Vincenzo ha scelto di restare, valorizzando territori spesso marginali ma ricchissimi di carattere.
Lo fa anche per una ragione profondamente personale: «Perché mi piace, perché porto avanti anche le volontà di mio fratello che non c’è più. Se mi viene in mente di smettere, penso a lui e vado avanti. Ma sempre con il sorriso.»
Alcuni vigneti raccontano meglio di altri questa scelta. Come quello delle ganne di Ludiano, negli Sprüch: un appezzamento incastonato tra le rocce, coltivato con merlot e bondola. Da lì nasce il Mapeiseda, simbolo di una viticoltura estrema e identitaria. In molte parcelle le viti sono allevate a pergola, secondo una tradizione antica del Sopraceneri, che richiede ancora più lavoro manuale.
Qualità non quantità
La filosofia è sempre stata chiara: qualità e non quantità. Piccoli numeri, scelte precise, grande attenzione alla vigna. Da questo approccio nascono vini come Rampèda, Biasca, Samión, Crudèl e soprattutto Le Pergole, che nel 2018 ha ottenuto il secondo posto come miglior Merlot svizzero al Grand Prix du Vin Suisse, oltre a importanti riconoscimenti sulla guida Gambero Rosso.
«Lè mia vuncia», dice. Fare tutto: vigna, cantina, vendita. Una responsabilità grande, affrontata con la stessa ostinazione di sempre. I suoi vini oggi si trovano in ristoranti dove non avrebbe mai immaginato di arrivare, spesso grazie al passaparola.
Prima del vino, Vincenzo ha fatto di tutto: apprendista alla Monteforno, metalcostruttore, custode, lavori sui sentieri per l’ente turistico di Biasca. Esperienze che lui definisce la sua vera scuola di vita. Tutto torna, oggi, nella capacità di valorizzare il lavoro, il tempo e la fatica che stanno dietro a ogni bottiglia.
I vini dei Fratelli Meroni non cercano di piacere a tutti. Raccontano un territorio, una pendenza, una scelta. E soprattutto una vita passata in vigna. Letteralmente.
L’appuntamento di “Casa Svizzera”, su Rete Uno, che racconta il mondo del vino ticinese
Ogni mercoledì, le frequenze di Rete Uno si sintonizzano su Casa Svizzera per il consueto appuntamento intitolato “Racconti di vite. Storie svizzere da gustare”. Condotto da Alice Pedrazzini e Fabrizio Casati, questo spazio, nato dalla sinergia con Ticinowine, si propone di svelare l’anima del vino ticinese attraverso i ritratti dei suoi protagonisti: produttrici e produttori, vignaiole ed enologi, donne e uomini che, spesso coinvolgendo intere famiglie, vivono la vigna quotidianamente. Il risultato è un mosaico di dialoghi spontanei, dove l’amore per la terra diventa il filo conduttore di un racconto autentico e coinvolgente.
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