«Noi pescatori del lago il pesce lo conosciamo personalmente». Moreno Orsatti, pescatore e segretario di ASSORETI (Associazione Pescatori Professionisti Ticinesi), inizia così il suo racconto appassionato di un mondo fatto di ritmi antichi, profondo rispetto per la natura e sfide contemporanee che minacciano di far scomparire una professione millenaria.
Siamo sulle acque del Ceresio, a Bissone, dove la pesca non è un hobby né una nostalgia: è un rapporto quotidiano con l’acqua e con quello che l’acqua restituisce.
Su questo prato, su questa riva, giocavamo e lavoravamo le reti.
I gesti della pesca, Moreno Orsatti, li ha imparati presto, da bambino, su una riva di Bissone dove «si giocava e si lavoravano le reti». A due anni era già in barca con il nonno; più tardi, adolescente, cercava di contrattare la pesca con “un’oretta soltanto” – e finiva sempre per restare due ore, due ore e mezza, perché il tempo sull’acqua scivola via senza chiedere permesso. Il lago gli ha insegnato perfino a nuotare: una corda sotto le ascelle, un giorno caldo d’estate, e la paura trasformata in simbiosi. Prima di essere pescatore, Moreno è stato docente di scuola media; poi è tornato alla sua linea più lunga: «figlio di pescatori, nipote di pescatori». Oggi, tra reti da preparare e albe da inseguire, porta avanti un mestiere che per lui è identità: non riesce a immaginarsi senza il lago, senza la pesca, senza una barca. E quando racconta delle alborelle messe a seccare sui lenzuoli bianchi, con i bambini incaricati di scacciare “le mosche” — che mosche non erano — si capisce che in quelle storie c’è più di un ricordo: c’è un modo di vivere, e di resistere, che ha il sapore del Ceresio.
Il lago che cambia, visto dalle reti
A differenza del pesce di mare o di quello di lago proveniente dall’estero, che arriva con un “codice a barre”, il pesce di lago di casa nostra è una storia a sé.
Moreno (preferisce essere chiamato per nome e non per cognome, ndr), ex docente di scuola media, è figlio di pescatori e nipote di pescatori. Ha trascorso la sua giovinezza sulle rive del Ceresio e ricorda un tempo in cui il lago abbondava di diverse varietà: persico, luccio, tinca, carpa, cavedano e la «mitica alborella». Un pesce talmente numeroso che, come racconta Moreno, lo si andava a pescare con i catini invece di usare le reti. Poi, qualcosa è cambiato e un evento come Chernobyl segna la scomparsa dell’alborella, mentre compaiono nuove presenze e nuovi equilibri. Segno di una fragilità ecologica che il pescatore è il primo a percepire.
Le alborelle di Brusino - C'ero anch'io del 31.12.2014
RSI C'ero anch'io 31.12.2014, 21:26
Oggi, mentre il mercato corre verso prodotti standardizzati e lontani, Moreno insiste su un punto semplice: il pesce di lago è territorio. Non solo perché è “di qui”, ma perché racconta lo stato di salute dei nostri laghi.
Nel laboratorio di trasformazione il pescato viene lavorato e sfilettato in tempi brevi dal momento della pesca.
Le nuove minacce: siluro e cormorano
Oggi, il lago è cambiato. Nuove specie, come il gardon, sono comparse, mentre la popolazione ittica autoctona subisce un “cambiamento notevole”, specifica Orsatti. Tra i principali responsabili, il siluro, un pesce aggressivo che attacca gli avannotti e i pesci più grandi, e il cormorano, la cui popolazione è aumentata a dismisura, alterando l’ambiente lacustre e persino causando la morte degli alberi con il suo guano.
Il pesce siluro e le specie aliene
Diderot 19.08.2021, 17:40
Contenuto audio
Stagionalità: il lago non è un banco frigo
La vita del pescatore è scandita dalla stagionalità, sia della pesca che della cucina. Moreno, infatti, fa una distinzione importante: c’è la stagionalità della pesca (con periodi di riproduzione e divieti) e c’è la stagionalità della cucina, cioè la logica per cui non tutto è buono sempre.
«Rispettare la stagionalità del pescato è equivalente a rispettare la stagionalità della frutta e della verdura». In pratica: non posso pretendere di avere “tutto” perché lo voglio nel piatto in ogni momento dell’anno. Anche perché - spiega - un pesce che sta per deporre le uova investe energia nella riproduzione, e «in quel momento non avrà una carne particolarmente ricca».
Purtroppo, a livello commerciale si richiede sempre il pesce persico. Noi pescatori dobbiamo insistere e rieducare i consumatori.
Da qui un appello al consumatore: imparare a desiderare anche altri pesci, non solo il persico. «Il pesce persico è indubbiamente il re a livello di cucina e a livello commerciale». Moreno parla di “mono-richiesta” da parte del mercato e spiega che questa popolarità si trasforma in un limite perché la sola richiesta di persico porta inevitabilmente a una scarsa valorizzazione di altre specie eccellenti.
Come la bottatrice, per esempio, oggi considerata un “pesce negletto”. In realtà è un pesce perfetto per l’inverno: «Si fa in umido e in tanti altri modi. È buonissimo! Però nessuno lo cerca». In poche parole: se non lo chiediamo, sparisce dal nostro orizzonte. E con lui sparisce un pezzo di cultura del lago.
Il paradosso ticinese: 2% Locale, 98% Estero
Sui banchi del mercato ticinese il pesce locale è una minoranza, mentre il grosso arriva da fuori e da filiere lunghe: mari e altri laghi persino fuori dall’Europa. Moreno fotografa la situazione attuale senza giri di parole e riporta dati precisi forniti dal Laboratorio cantonale: «Il pesce presente nel mercato ticinese proviene al 98% dall’estero. Solo un 2% è pesce locale del Ceresio o del Verbano».
Questo squilibrio evidenzia non solo una dipendenza dall’importazione, ma anche una mancata valorizzazione del prodotto locale, spesso anche a causa della scarsa propensione dei ristoratori a proporre pesce di lago.
Se quasi tutto arriva da lontano, non è perché qui non c’è nulla. È perché noi chiediamo sempre le stesse cose.
Dalla rete al piatto: il lavoro dietro ogni filetto
Come per tante filiere alimentari, anche in questo caso spesso “sfugge” ciò c’è dietro il pesce nel piatto: non è un gesto solo romantico, è un processo.
Il pesce che arriva sulle nostre tavole è la fine di un lavoro che comincia prima dell’uscita in barca. «Pescare vuol dire cominciare a preparare le reti»: farle scorrere, controllare che non ci siano nodi, assicurarsi che la posa non abbia intoppi. Secondo Moreno, è con la deposizione delle reti che comincia la responsabilità del pescatore.
Anche il posizionamento delle reti è un sapere che si tramanda da generazioni e dipende dall'esperienza del pescatore. Moreno Orsatti racconta che ancora oggi cala reti in posti che frequentava già con suo nonno. «Tra colleghi c'è rispetto dei luoghi di posa di ogni pescatore, si cerca di non calpestarci i piedi. È un po' come succede con i cercatori di funghi: ognuno ha il suo posto».
La rete si cala di solito alla sera e resta in acqua durante la notte. Poi arriva la levata: «Al mattino esci presto… devi sfruttare il momento più fresco della giornata», perché da lì comincia la qualità. Il prodotto finale si decide quando il pesce entra in barca.
Poi c’è il laboratorio. Se il pesce è grande, lo si toglie subito dalla rete. Altrimenti si porta tutto in cassa e si lavora in tempi rapidi. «Man mano che si toglie si mette nel ghiaccio tritato», poi filettatura, sottovuoto, congelamento. E l’abbattimento: «Ci vogliono almeno tre giorni» per garantire sicurezza e qualità.
Nel descrivere il lavoro del pescatore, il nostro cicerone sottolinea quanto sia duro, ma anche riconciliante con la natura e con un senso di pace: «C’è una luce, una tranquillità... Sei tu con le reti, col tuo lago, in una calma che i telefoni e le email non possono disturbare. È un lavoro che, seppur faticoso, offre grandissime soddisfazioni».
La sentinella del lago: una professione in estinzione
La pesca professionale è un mestiere duro. Sui due laghi ticinesi, ci sono solo 23 pescatori professionisti. È un lavoro che richiede esami, patenti, investimenti significativi in barche, reti e laboratori. Ma il problema più grande è il ricambio generazionale, come puntualizza Moreno: «È una professione che vediamo purtroppo andare via via scemando perché non c’è ricambio». E aggiunge un dato allarmante: «Abbiamo un solo pescatore professionista con reti sotto i 30 anni», aggiungendo che da tre anni i corsi di formazione per pescatori non registrano richieste.
Se sparisse il pescatore, il lago sarebbe soltanto una cartolina turistica.
Moreno Orsatti definisce il pescatore «la sentinella del lago», colui che sente e vede se ci sono cambiamenti ambientali, segnalando inquinamento o problemi come i cianobatteri. È un custode silenzioso, un occhio attento sulla salute dell’ecosistema.
Moreno Orsatti sottolinea come ancora oggi la professione della pesca è un "affare" di famiglia. I giovani interessati sono molto pochi, gli unici potrebbero essere quelli che già provengono da una famiglia di pescatori. Un esempio è Stefano, nipote di un grande pescatore del lago di Lugano, l'unico professionista sotto i 30 anni sui due laghi ticinesi.
Eppure, mentre la riva torna silenziosa, resta una domanda che riguarda tutti noi: se il pescatore è davvero una “sentinella del lago”, che cosa perdiamo se smettiamo di metterlo anche nel carrello della spesa?
Federpesca Ticino
L'ora della terra 03.12.2023, 09:05
Contenuto audio
Mani, terra, Ticino: il buono di qui
Questo approfondimento fa parte della serie di contenuti “Mani, terra, Ticino: il buono di qui”, realizzata da RSI Food in collaborazione con Ticino a Te - progetto coordinato dal Centro di Competenze Agroalimentari Ticino (CCAT), organizzazione senza scopo di lucro - e con la Sezione dell’agricoltura della Divisione dell’economia.
Ogni mese, attraverso video e approfondimenti, raccontiamo le produzioni agroalimentari del Cantone, in chiave divulgativa e curiosa. Ogni puntata valorizza una filiera locale attraverso la voce di un interlocutore che si fa portavoce del sapere collettivo, con l’obiettivo di sfatare miti, sostenere il lavoro artigianale e far emergere il vero “buono di qui”.
https://www.rsi.ch/s/3269132

