Sarebbe sbagliato definirlo un film sui lupi. Si tratta, piuttosto, di un film sul confine tra il nostro e il loro mondo, mostrato senza sconti, con le scene crude che realmente lo caratterizzano. Nel documentario Lupi Nostri, in concorso al festival Other Movie di Lugano, sono così presenti lupi uccisi e capi di bestiame predati, ma anche le ampie e suggestive vallate del Nord Italia, dove è ambientato. Sono inoltre rappresentate le persone che per scelta o per forza sono vicine ai lupi, dalle guardie forestali e i ricercatori a un pastore che cerca di proteggere il proprio gregge. Lupi Nostri è un film che osserva in silenzio senza giudicare, schierarsi o disturbare.
Prima di arrivare a Lugano, il film è stato rappresentato a oltre quaranta festival internazionali, raccogliendo in totale otto diversi premi. L’autore è Samer Angelone, uno scienziato di origine siriana trapiantato a Zurigo che negli anni è transitato verso il mondo del cinema e dei documentari. Angelone ha fondato il Global Science Film Festival, un festival internazionale dedicato ai documentari scientifici, e insegna in diverse università svizzere tecniche cinematografiche per raccontare la scienza. Lo abbiamo incontrato.

A Faido il lupo arriva in paese
Il Quotidiano 20.04.2026, 19:00
Samer Angelone, lei ha realizzato un film sul rapporto tra uomini e lupi. Qual è però il suo personale rapporto con questi animali?
“Ho sempre avuto una specie di paura dei lupi. Vengo dalla cultura siriana, dove non abbiamo nemmeno familiarità con i cani”.
Lei però ha un dottorato in biologia e il professore che l’ha supervisionata, Luca Rossi, è uno dei protagonisti del film. Lei aveva mai lavorato coi lupi?
“Per me è stato tutto nuovo, perché il mio dottorato è stato sugli stambecchi. Il primo incontro con i lupi è stato durante questo documentario. Devo dire che adesso, dopo tre anni passati a realizzare questo documentario, non ho più paura. Ho solo rispetto, perché ho anche capito che, in realtà, i lupi hanno già paura di noi e non siamo noi a dover avere paura di loro”.
Lei è uno scienziato che si occupa di cinema.
“Sì, ma per me i numeri non sono tutto: volevo fare un film sulle emozioni. Anche nel film, alla fine, si vedono alcuni dati su quanti lupi muoiono ogni anno e quante pecore vengono predate, ma tutto il film è sulle emozioni. È questo che volevo trasmettere ed è il motivo per cui il sottotitolo del film è The Landscape of Fear and Love (Il paesaggio di paura e amore) ”.
Perché è importante mettere in mostra le emozioni quando si parla di lupi?
“Ho sentito dire tante volte da persone di città: “vabbè, non è un problema se i lupi uccidono due o tre pecore, tanto poi lo stato risarcisce il pastore”. Ma non è solo una questione di soldi. C’è tutta una componente emotiva molto forte. Ed è proprio questa parte che volevo mostrare.
Cosa significa, per esempio, essere un pastore? Lo vediamo in uno dei personaggi del film che ha una capra e la chiama “la sua fidanzata”. E poi, alla fine, arrivano i “cattivi” lupi e predano proprio quella che lui chiamava “fidanzata”. Ecco, il film è questo: emozioni, non statistiche o numeri”.
Lupi Nostri
Estratti dal film Lupi Nostri di Samer Angelone
Il documentario non prende alcuna posizione su come gestire i lupi, un tema molto dibattuto in Svizzera. Lei ha sviluppato un’opinione personale sul tema?
“Questa è una domanda difficile, perché la mia idea, per tutto il documentario, è sempre stata quella di restare neutrale. Volevo mostrare tutte queste voci: ci sono persone che amano davvero i lupi, come i guardiaparchi, e altre che invece li apprezzano molto meno, come i pastori. Secondo me dovremmo imparare dall’Italia, dove non c’è una gestione basata sull’abbattimento, non uccidono i lupi per ridurne la popolazione. Qui in Svizzera, invece, negli ultimi anni, sono state introdotte leggi o decisioni governative che in alcuni casi permettono di abbatterli. E io non penso che sia una buona scelta”.
Nel film ci sono un pastore, dei guardiaparchi, dei ricercatori e persino una persona capace di ululare come i lupi e avere quasi una conversazione con loro. Come ha trovato questi soggetti da seguire e filmare?
“Nel film volevo mostrare solo le persone che hanno davvero a che fare con i lupi e lavorano direttamente con loro. In Italia nessuno vuole parlare dei lupi davanti alla telecamera. Nessuno vuole esporsi, né a favore né contro. E penso che sia lo stesso anche qui in Svizzera. Io sono stato davvero fortunato, perché il mio supervisore di dottorato, Luca Rossi, conosceva già tutte queste persone e mi ha presentato a loro. Quindi mi hanno accettato non tanto per me, ma grazie a lui”.
Come ha scelto questo titolo?
“Mi piace il modo in cui in italiano si usa l’espressione “lupi nostri”. Perché non è semplicemente “i nostri lupi”: ha un senso più profondo. Vuol dire quei lupi a cui siamo legati, che per noi sono speciali”.














