Tra i fili d’erba di un campo di Mühleberg, nel Canton Berna, si nasconde la risposta a una domanda fondamentale: come aumentare la biodiversità nei prati da sfalcio dell’Altipiano?
A occuparsi della questione è stata la ticinese Laura Forgione nell’ambito del suo lavoro di dottorato per l’Istituto di Ecologia ed Evoluzione dell’Università di Berna. I prati da sfalcio, dove gli agricoltori recuperano il fieno da foraggio per nutrire gli animali, sono luoghi di vita ideali per fiori e insetti: delle vere isole di biodiversità. Ma la gestione intensiva li ha impoveriti.

A sinistra, Laura Forgione durante un rilievo di vegetazione
Il problema dell’intensificazione
“A partire dalla Seconda guerra mondiale la gestione dei prati è diventata più intensiva. Sono stati utilizzati più fertilizzanti e le superfici venivano tagliate più frequentemente. Questo ha portato a una grande perdita di biodiversità”, spiega Laura Forgione, raggiunta sul posto dal giardino di Albert.
Per contrastare questo fenomeno, la politica agricola svizzera ha introdotto le superfici di promozione della biodiversità (SPB), che incentivano, tramite dei contributi finanziari agli agricoltori, una gestione più estensiva delle terre agricole.
Nelle praterie, in particolare, questo significa rinunciare all’utilizzo dei fertilizzanti e ritardare il primo taglio dell’erba. Questo in contrapposizione ad una gestione detta intensiva, il cui obiettivo principale è ottenere il massimo rendimento possibile.
Eppure, queste misure, ci spiega la ricercatrice, non bastano. “Decenni di sfruttamento intensivo hanno fortemente ridotto la riserva di semi presente nel suolo in questi ecosistemi. Per questo, le praterie devono essere aiutate con una semina”. E proprio questo è l’obiettivo del suo progetto di ricerca.

Il prato visitato dal giardino di Albert è ricco di colori floreali e di insetti
Un lavoro senza precedenti
Dal 2019, sessanta prati da sfalcio tra Nyon e Lucerna sono stati seminati con vari metodi. Tra questi, il recupero di fieno e semi da praterie donatrici particolarmente ricche di specie. Ogni suolo è stato lavorato superficialmente, con un erpice rotante, o più profondamente, con un aratro. Un progetto su larga scala senza precedenti che ha richiesto la collaborazione di numerosi agricoltori.
Tra questi c’è Beat Freiburghaus, che qui alleva mucche da latte e coltiva la terra. L’idea di partecipare è nata discutendo del progetto in famiglia. “Mio padre e io ci abbiamo riflettuto insieme”, ci racconta. “Potremmo fare qualcosa per valorizzare il nostro terreno? La risposta fu immediata: è un’ottima idea. Non abbiamo nulla da perdere, possiamo solo guadagnarci”.

La raccolta dei semi
Risultati incoraggianti
Già dopo due anni dall’inizio del progetto, tutti i metodi hanno permesso di aumentare la diversità vegetale nelle praterie testate che, in precedenza, erano relativamente povere di specie.
Il 90% dei terreni ha raggiunto un livello di qualità 2, il più alto, che si ottiene garantendo la presenza di sei specie vegetali di riferimento. Mentre le specie vegetali in generale sono aumentate del 30%.
“È interessante vedere che ci sono metodi di restauro che funzionano. Ogni agricoltore può scegliere quelli più adatti alla sua azienda”, aggiunge Laura Forgione, che attualmente si sta dedicando anche agli effetti del recupero della diversità vegetale di queste praterie su diversi gruppi di invertebrati.

I diversi livelli qualitativi di biodiversità. I terreni lavorati dal progetto dell'Università di Berna hanno raggiunto un livello qualitativo II, il più alto
I compromessi necessari
La gestione estensiva dei prati presenta però anche alcuni limiti. Beat Freiburghaus ci spiega che, con uno sfalcio posticipato al 15 giugno, l’erba diventa troppo matura e perde parte del suo valore come foraggio: gli animali la consumano meno volentieri.
Jean-Yves Humbert, responsabile del gruppo di ricerca, risponde parlando di un compromesso necessario in nome della biodiversità. “La quantità di foraggio e il suo valore nutrizionale sono inferiori rispetto a quelli di un prato intensivo. Eppure oggi agricoltori e opinione pubblica sanno che occorre impegnarsi per preservare la biodiversità. Per questo c’è chi coltiva in modo estensivo anche solo una parte dei propri terreni”.
Insomma, biodiversità e produttività sono due termini che oggi più che mai devono poter coesistere. Perché l’agricoltura di domani dipende da come saremo in grado di proteggere gli ecosistemi nel nostro presente.









