Per chi studia biologia, i bestiari medievali e altri trattati di natura possono sembrare opere lontanissime dalla disciplina scientifica moderna. Ma in realtà, questi antichi volumi sono una finestra affascinante sul modo in cui l’umanità ha cercato di comprendere il mondo animale, mescolando osservazione, immaginazione e cultura. Come ha ricordato Roberto Antonini nel programma Alphaville di Rete Due, nei bestiari medievali ogni creatura era descritta sotto il profilo morfologico, ma anche per ciò che rappresentava spiritualmente.
Gli animali come proiezioni di virtù e difetti umani (9./10)
Alphaville: le serie 28.05.2026, 12:35
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I bestiari, molto in voga in Francia e in Inghilterra soprattutto nel XII e XIII secolo raccolgono ritratti e considerazioni sulla fauna per ricavarne insegnamenti sugli esseri umani, la morale, la religione. Traggono ispirazione principalmente dal Physiologus, un testo scritto verso la fine del II secolo, ma anche dalla Naturalis historia di Plinio il Vecchio, un trattato naturalistico realizzato attorno al 77 d.C., composto da decine di volumi che si occupano di zoologia, botanica, astronomia e altre discipline.
Gli antichi bestiari offrono una prospettiva unica sull’evoluzione del pensiero naturalistico. È però importante chiarire un punto fondamentale: non nascono come trattati scientifici nel senso moderno del termine. Il loro scopo non era descrivere la natura in modo oggettivo e verificabile, ma interpretarla, attribuendo agli animali significati morali, simbolici e religiosi. Rappresentano dunque un diverso modo di conoscere il mondo, un modo in cui osservazione e immaginazione convivono. Ed è proprio questo a renderli ancora oggi così interessanti.

Adulto di formicaleone
Dal mirmicoleone al formicaleone
I bestiari non si limitavano a descrivere creature reali e il loro significato simbolico. Spesso davano vita ad esseri completamente immaginari. Tra le figure più enigmatiche e curiose c’è il mirmicoleone, o leone formica: un ibrido improbabile, a metà tra un minuscolo insetto e un grande predatore. In alcune versioni era una creatura destinata a morire di fame, incapace di nutrirsi; in altre, un essere feroce. Un’invenzione, certo. Ma non del tutto scollegata dalla realtà. Questa figura ci permette di parlare di un insetto reale: il formicaleone, il cui nome affonda le radici nell’antico termine ‘mirmicoleone’, già presente nei testi classici e poi ripreso nei bestiari.
Gli insetti della famiglia dei Myrmeleontidae, anche chiamati formicaleone, sono creature alate allo stadio adulto. Con un aspetto che ricorda una libellula, hanno un volo incerto e antenne ben visibili. Allo stadio larvale sono dei temibili predatori. Le larve scavano piccole trappole a imbuto nella sabbia, con pareti ripide e instabili. Quando una formica o un altro insetto si avvicina troppo, il terreno cede sotto le sue zampe e la preda scivola verso il centro. Nascosta sul fondo, la larva attende e interviene al momento giusto, lanciando sabbia verso l’alto per impedire la fuga della malcapitata preda e farla cadere al centro della trappola. Una volta catturata la vittima, la immobilizza, le inietta un liquido digestivo e ne aspira i tessuti interni dopo averli liquefatti. Una tecnica di caccia decisamente sorprendente!
Se alcune creature dei bestiari sono immaginarie, altre derivano da animali reali, ma reinterpretati. Ed è proprio questa reinterpretazione che, in alcuni casi, ha lasciato tracce ancora oggi nel nostro modo di parlare degli animali: furbo come una volpe o scaltro come una faina ne sono un ottimo esempio. Altri animali ancora oggi sono accompagnati da idee sbagliate nate ben prima del Medioevo. Due casi emblematici sono lo struzzo e l’elefante.
https://rsi.cue.rsi.ch/info/natura-e-animali/I-segreti-dello-struzzo--2980045.html
Lo struzzo nasconde la testa sotto la sabbia?
L’immagine è celebre: uno struzzo che, di fronte al pericolo, infila la testa nella sabbia. “Non fare lo struzzo” è una metafora ancora molto diffusa per indicare qualcuno che evita i problemi. Le radici di questa convinzione risalgono almeno alla Naturalis Historia di Plinio il Vecchio, in cui lo struzzo era dipinto come un uccello sciocco e incapace di affrontare il pericolo.
In realtà, gli struzzi non infilano la testa sotto la sabbia. L’equivoco nasce probabilmente da osservazioni reali ma mal interpretate: nel periodo riproduttivo, questi uccelli abbassano la testa fino al suolo per girare le uova o controllare il nido. Da lontano, può sembrare che la testa scompaia. Inoltre, possono accucciarsi per mimetizzarsi. Ma quando la minaccia è concreta, la loro strategia è tutt’altra: fuggono rapidamente, sfruttando la loro grande velocità.
Gli elefanti hanno paura dei topi?
Anche l’idea degli elefanti terrorizzati dai topi affonda le sue radici nell’antichità ed è stata rafforzata dalla cultura popolare e anche da alcuni cartoni animati, come Dumbo. La scienza, però, racconta un’altra storia. Non esistono prove che gli elefanti abbiano una fobia specifica per i roditori. Possono reagire a movimenti improvvisi vicino alle zampe o alla proboscide, ma non mostrano una paura innata dei topi.
Interessanti ancora oggi
Dal mirmicoleone al formicaleone, dagli struzzi agli elefanti, i bestiari medievali e i testi antichi che parlano di natura continuano a offrirci qualcosa di prezioso. Non solo perché ci permettono di capire l’origine di alcune false credenze, ma soprattutto perché raccontano una fase fondamentale della storia del pensiero: un’epoca in cui la natura veniva letta attraverso simboli, analogie e significati morali.
Animali nel Medioevo
Geronimo 10.12.2018, 11:35
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Rileggerli oggi significa quindi cambiare prospettiva. Non per cercare in quei testi una scienza che ancora non esisteva, ma per riconoscere un altro modo di interrogare il mondo, un modo in cui osservazione e immaginazione convivono. Ed è da questo intreccio che nasce, ancora oggi, la nostra curiosità per la natura.










