Dossier

Diario premondiale do Brasil/8

Le promesse tradite e i miti mancati; gli appunti di viaggio di Lorenzo Buccella

  • 26.05.2014, 12:24
  • 4 maggio, 13:22
Un dei tanti manifestanti in Brasile

Un dei tanti manifestanti in Brasile

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“Cosa che vuoi che ne sappia lui di come vive la gente del popolo?”. “Lui non prende un bus per andare al lavoro, se sta male non va nei nostri ospedali, per non parlare di quanto gli possa interessare dell’educazione”. O ancora: “si vergogna per i ritardi nella costruzione degli stadi? be’, noi invece ci vergogniamo di lui, Ronaldo ormai è solo un fantoccio nelle mani della FIFA”. Giudizi lapidari che qui, tra i manifestanti, sembrano rimbalzare di bocca in bocca.

Il fondale: i gradini della Cattedrale metropolitana di San Paolo e la piazza che da lì si allunga con il suo doppio filare di palme. Pioviggina e non fa caldo, ma la temperatura della rabbia resta alta, nell’ennesima azione di protesta dei movimenti brasiliani anti-Coppa del Mondo. E a tornare fra i bersagli, dopo le recenti dichiarazioni, è di nuovo lui, l’ex fenomeno, un tempo idolatrato da tutti e ora in un costante declino di consensi.

“Tra lui e Pelé” si accalora una ragazza col passamontagna in testa: “non so chi sia diventato di più un uomo da televendite”. Già, perché se nella protesta il nemico numero uno resta la FIFA, il livore più grosso si scaglia contro il Governo brasiliano e tutti quegli uomini-immagine che si sono prestati a mettere il sorriso sopra l’operazione Mondiali. Così, a promesse tradite ecco altre promesse. Quelle dei manifestanti, srotolate a caratteri cubitali lungo gli striscioni. La coppa del 2014, scrivono, sarà la “Copa das Greves”, la coppa degli scioperi. E a brandire lo striscione, ragazzi e ragazze dai volti coperti. Con un intero armamentario da battaglia: sciarpe sulla bocca, cappucci, elmetti, mascherine anti-gas e scudi. Tutti lì, in fila, a metter su espressioni da cattivi, con gesti da rapper o da lottatore di wrestling, per sfidare - e sbeffeggiare - la folta schiera di fotografi e operatori tv che li immortala a pochi metri di distanza.

Il malcontento in Brasile per le promesse non mantenute

“Noi black bloc? Siamo un gruppo di persone che è costretto a nascondere la propria identità. Altrimenti molti di noi subirebbero rappresaglie per il solo fatto di esser qui a sporcare la cartolina di un Brasile tutto calcio, carnevale e spensieratezza”. Una giustificazione che arriva da Vitor, una sorta di portavoce che si avvicina a noi con una benda da pirata calata su un occhio: “Guarda che la violenza non parte mai da noi. Sono quelli là che mettono infiltrati e poi subito a sparare proiettili di gomma e lacrimogeni”.

Quelli là sono ovviamente le schiere di polizia antisommossa che Vitor ci indica con la mano e che adesso si stanno lentamente allineando su ogni lato della piazza. Caschetti bianchi, casacche gialle-grigie e scudi trasparenti, i poliziotti osservano tutto in modo imperturbabile, mentre nel centro della piazza gli slogan iniziano ad alzare i decibel, vicino a una tenda da campeggio che distribuisce cibo ai contestatori. Ci avviciniamo a quello ci segnalano essere il comandante della polizia, all’apparenza un pacioso signore sulla cinquantina. “Sta andando tudo bem” ci dice “noi interveniamo solo se la protesta degenera, altrimenti tudo bem”.

Manco finisce di dire questa frase, però, che qualcosa s’innesca tra la folla e subito il muro dei poliziotti si muove compatto. Tensione e urla che crescono, un corri corri generale, il lancio di qualche oggetto ma niente più. Alla fine, questa volta, i tafferugli non scattano. E anche le voci di altri cortei che potrebbero ricongiungersi qui risultano infondate. Il giorno di pioggia ha ridotto i ranghi della protesta, dicono alcuni, mentre altri, non appena scoprono che siamo svizzeri, fanno uno più uno. “La FIFA ha sede a Ginevra, vero? Bene, allora potete recapitargli un messaggio”. E quello che segue è un vocabolario che tutti voi potete facilmente immaginare.

Lorenzo Buccella

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