Nella Striscia di Gaza, mentre si continua a parlare di tregua, la crisi umanitaria e sanitaria resta gravissima. A raccontarlo a 60 minuti è il coordinatore medico di Emergency Giorgio Monti, che descrive una popolazione intrappolata tra carenza di farmaci, aumento delle malattie, infestazioni di roditori e difficoltà sempre maggiori nell’accesso agli aiuti umanitari.
Passato l’inverno, che è stato molto duro, con freddo e pioggia, qual è la situazione sanitaria ora nella Striscia di Gaza?
“Con l’aumento delle temperature e con l’arrivo del caldo ci sono nuovi disastri, nuove tragedie che si aggiungono a quelle già presenti prima”, racconta. “In questi sette mesi di tregua, in realtà, non è stato fatto nulla per aiutare la gente. L’aumento delle temperature ha portato infestazioni di parassiti, scabbia, pidocchi, pulci del letto e un aumento, con particolare aggressività, dei roditori, dei topi sostanzialmente. Al disastro già presente, alle immense difficoltà nel trovare farmaci e curare la gente, si aggiungono anche condizioni ambientali che diventano terribili.”
Quella dei topi, di cui si è parlato parecchio nei giorni scorsi, è una tragedia silenziosa dentro una grande tragedia che continua. Il quadro è davvero terribile.
“È incredibile anche perché non c’è la possibilità di far entrare veleno per topi nella Striscia”, spiega il medico di Emergency. “I gazawi provano a contenere questa invasione con l’uso di anticrittogamici fosforici: sono veleni che però intossicano la gente. Ci sono già stati diversi casi di intossicazione. Ci sono tentativi di fare disinfestazioni, ma nel contesto attuale lo spray di qualche disinfettante è poco più che cosmetico.”
Quindi, invece di creare le condizioni per uccidere i roditori, si rischia di mettere ancora più in pericolo le persone...
Esattamente”, aggiunge il coordinatore sanitario di Emergency nella Striscia. “Questi veleni sono tossici. Gli animali sono diventati molto più aggressivi, ce lo dicono anche i nostri colleghi. Nelle tende i topi ci sono sempre stati, ma ora si sono riprodotti molto, entrano nelle riserve alimentari e aggrediscono bambini e anziani. È veramente una situazione paradossale, soprattutto perché da mesi si dice che a Gaza c’è la tregua, che si sta meglio”.
C’è la crisi umanitaria, c’è la crisi sanitaria e le due cose si legano inevitabilmente in un abbraccio fatale, da cui Gaza sembra impossibilitata a liberarsi...
“Ci sono tutte le condizioni perché non ci sia una via d’uscita”, osserva Giorgio Monti. “E, a differenza di tutte le altre guerre, a Gaza non c’è la possibilità di scappare. Le persone sono chiuse dentro. Ci sono 18’500 persone in attesa di essere evacuate per motivi medici e durante la tregua ne sono uscite in media 6 al giorno. Ci vorrebbero 8 anni per fare uscire solo i malati. È chiaro che in questo modo le persone che aspettano una cura muoiono. E chi cerca di fare una vita normale è sempre più disilluso. Questo porta a una catena di disperazione davvero difficile da gestire.”
Gaza è una prigione, ma anche una trappola mortale. Quello che è successo in questi anni e che continua ad accadere lascerà segni profondi nel lungo termine.
“Certamente. Lo vediamo soprattutto nei bambini, che sono la popolazione più fragile”, racconta il responsabile medico di Emergency. “Apparentemente sembrano disincantati: giocano a pallone, ma poi fanno giochi di ruolo inquietanti, come giocare alla guerra o ai funerali. Li si vede estremamente impauriti: basta che sbatta una porta e scappano. Non hanno più scuole, devono andare a recuperare l’acqua per le famiglie. Questa tragedia se la porteranno dietro a lungo. Anche la malnutrizione, che ora sta leggermente calando ma c’è ancora, lascia danni quasi permanenti nei bambini. Sarà una tragedia che continuerà per molto tempo.”
Veniamo al vostro lavoro quotidiano: quante persone riuscite a visitare ogni settimana?
“Abbiamo due cliniche e in ognuna vediamo circa 250 persone al giorno”, risponde il medico italiano. “Sono quindi alcune migliaia le persone che assistiamo ogni settimana. Abbiamo consultori materno-infantili, distribuiamo cibo per prevenire la malnutrizione, facciamo vaccinazioni, curiamo e stabilizziamo i pazienti acuti. Riusciamo ancora a trovare qualche medicina per i malati cronici, anche se con grandi difficoltà. Per ora riusciamo a trovare risorse e a tenere aperte le cliniche. Paradossalmente siamo arrivati al punto in cui anche dare una mano diventa molto difficile.”
Immaginiamo che sia una vera e propria caccia alle risorse. Anche i costi delle risorse mediche, in una situazione del genere, devono essere diventati enormi.
“Certo, è molto difficile”, aggiunge Giorgio Monti. “Il costo della vita, da prima della guerra a oggi, è cresciuto del 280%. Ma soprattutto chi ha qualche risorsa la vende a prezzi altissimi. Noi abbiamo scelto di accollarci parte di questi costi, perché tutto sommato possiamo farcela: abbiamo stanziato soldi e risorse. Ma la popolazione non ce la fa più, molte persone non riescono nemmeno a comprarsi il pane. È impensabile che possano comprare anche quelle poche medicine che si trovano sul mercato.”
Lei ha parlato di aiuti umanitari. Uno dei temi degli ultimi anni è stato proprio quello dell’ingresso degli aiuti a Gaza. In questo periodo quanto entra davvero e quanto arriva concretamente alla popolazione?
“Anche questa è una situazione paradossale”, prosegue il medico di Emergency. “I convogli umanitari sono diminuiti: nel mese di ottobre erano entrati 180 convogli, mentre ad aprile ne sono entrati 87. Questi sono i convogli gestiti dall’ONU. Anche i dati della Camera commerciale di Gaza mostrano quanto sia instabile la possibilità di far entrare beni nella Striscia. E la cosa incredibile è che il 39,5% di ciò che entra viene definito ‘materiale non necessario’. Così oggi a Gaza si possono trovare il cioccolato e le patatine fritte, ma non si trovano uova, frutta fresca o medicine. Quando si passa per le strade, tutto questo rende la situazione quasi schizofrenica.”
Riuscite anche a formare personale locale nei vostri centri medici? È possibile continuare a trasmettere competenze in questa situazione?
“Sì, i ragazzi locali sono molto bravi”, racconta il coordinatore di Emergency nella Striscia. “Noi siamo quattro internazionali e quaranta gazawi che lavorano con noi. Seguono con entusiasmo i nostri metodi di lavoro, a cui teniamo molto perché vogliamo garantire qualità e non semplicemente fare qualcosa tanto per farla. La nostra clinica è conosciuta come ‘la clinica degli italiani’ e loro sono orgogliosi di lavorare con noi. Questo ci fa piacere. Li vediamo crescere ogni giorno e speriamo di poter continuare così finché non ci sarà più bisogno di noi.”
C’è poi anche il tema della sicurezza. Gaza è attraversata da quella che Israele definisce una linea gialla, che evidenzia il controllo sulla Striscia. Anche senza una guerra ufficialmente dichiarata, il conflitto continua e ci sono morti tutti i giorni.
“Dall’inizio della tregua ci sono stati 800 morti. Non si può certo definire una tregua”, afferma Giorgio Monti. “Uno dei punti principali dell’accordo era il ritiro delle armate, ma questa linea gialla, delimitata da grandi blocchi di cemento colorati di giallo, continua a spostarsi sempre di più. Secondo le dichiarazioni dell’esercito, ha ormai superato il 60% del territorio di Gaza. Lo spazio disponibile si restringe continuamente e gli attacchi non si fermano. Non c’è davvero la possibilità di avere un minimo di serenità. In questi giorni sento continuamente esplosioni e attacchi. Sono ricominciate anche le azioni delle milizie: in un disastro come questo nascono inevitabilmente gruppi armati che combattono per una parte o per l’altra. E alla fine la gente resta in mezzo”.
Che effetto le fa sentire dichiarazioni come quelle del ministro della Difesa israeliano secondo cui, nel sud del Libano, Israele starebbe applicando il cosiddetto ‘modello Gaza’, cioè distruggere tutto?
“Fa impressione”, risponde il medico italiano. “Io faccio il medico, non certo l’analista, però l’idea che abbiamo tutti noi è che si debba smettere. Le guerre, e io ne ho viste tante, dimostrano che non sono strumenti efficaci. L’idea che vengano esportate le parti più drammatiche, più violente e più terribili di questo conflitto fa pensare che siamo ancora lontani da un’umanità consapevole.”
Voi state salvando vite umane e vi occupate delle persone anche quando non riuscite a salvarle, in condizioni difficilissime. Quante storie di speranza incontrate ogni giorno?
“La cosa che mi colpisce di più”, racconta il responsabile sanitario di Emergency, “è il tentativo di avere una vita normale. Qui si costruiscono piccoli caffè, piccoli ristoranti, cercando di renderli davvero tali. Ma soprattutto si continuano a sentire le feste di matrimonio. C’è questa tradizione per cui lo sposo va a prendere la compagna a casa accompagnato dai tamburi. Si sentono continuamente questi tamburi suonare. Pensare che questi ragazzi e queste ragazze vogliano avere una vita, innamorarsi, sposarsi, fare figli, secondo me è un grande insegnamento. Ma è anche struggente, se si pensa a dove vivono e a come cercano di costruire la loro vita.”
Sono anche queste storie a darvi la forza di andare avanti in un luogo dove, come ricordava lei, non si può scappare.
“Sì”, conclude il medico di Emergency. “Gaza è una scatola chiusa dove, con accanimento, si cerca una soluzione che in realtà non c’è. Quindi l’unica cosa è smetterla. Smetterla subito. E tornare a essere persone, tornando a considerare gli uni e gli altri come persone, non semplicemente come un’area di combattimento o di prevaricazione.”










