La riapertura a regime limitato del valico di Rafah, al confine tra Gaza ed Egitto, entra in una fase operativa dopo la ripresa dei transiti avviata lunedì 2 febbraio. La giornata di martedì è stata descritta da fonti umanitarie come un test dei meccanismi di entrata e uscita, in un quadro di controlli di sicurezza e coordinamento che vede un ruolo determinante delle autorità israeliane sul lato della Striscia.
Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), “il 2 febbraio” l’OMS e i partner sul terreno hanno supportato l’evacuazione medica di cinque pazienti e sette accompagnatori verso l’Egitto attraverso Rafah. Lo ha riferito il portavoce OMS Christian Lindmeier, precisando che si tratta della prima evacuazione sanitaria lungo questa rotta “dal 2025”, dopo un numero limitato di casi durante una tregua nei primi mesi di quell’anno. Il flusso di persone resta tuttavia molto contenuto. Le stesse fonti internazionali indicano che l’apertura riguarda esclusivamente il transito pedonale e subordinato ad autorizzazioni di sicurezza israeliane ed egiziane, con numeri giornalieri ancora ridotti e procedure che possono rallentare i passaggi.
Bambini e malati cronici tra le priorità
Lindmeier ha richiamato l’attenzione sul bacino di bisogni ancora inevasi: oltre 18’500 pazienti risultano in attesa di evacuazione dopo due anni di conflitto, includendo persone con traumi da guerra e patologie croniche come cancro e diabete. Un portavoce UNICEF ha aggiunto che più di 3’000 di questi pazienti sarebbero bambini. Le autorità sanitarie a Gaza, ha spiegato l’OMS, sono chiamate a stabilire le priorità tra feriti e malati in base alla gravità.
“Troppo poco per l’urgenza”: la testimonianza di Emergency a Modem
In un’intervista alla trasmissione Modem della RSI, Giorgio Monti, coordinatore medico di Emergency collegato in diretta dalla Striscia, ha descritto l’apertura come un segnale che “si è tentati di leggere come speranza”, ma che rischia di restare soprattutto simbolico se i numeri non aumentano in modo significativo.
Monti osserva che, se il ritmo restasse attorno a 50 persone al giorno, “vorrebbe dire impiegare circa un anno solo per far uscire chi oggi è in lista”, un tempo incompatibile con patologie e traumi che richiedono cure rapide. “È davvero troppo poco”, ha insistito, aggiungendo che “per chi rimane dentro la situazione è drammatica”, tra strutture sanitarie sotto pressione e carenza di farmaci.
Le stime citate dal medico si inseriscono nel quadro delineato dagli organismi internazionali sopra citati, con fonti umanitarie che, in parallelo, descrivono una platea complessiva vicina a 20’000 persone, includendo circa 4’000 bambini e migliaia di malati oncologici, evidenziando come — a capacità attuali — le evacuazioni richiederebbero oltre un anno. Quanto ai bisogni primari, Monti segnala un’evoluzione perché l’allarme “carestia” sarebbe rientrato rispetto ai mesi scorsi, ma la vulnerabilità resta altissima. In sintesi, “non è più fame generalizzata come prima”, ma una quota enorme della popolazione dipende ancora dagli aiuti perché i prezzi sono aumentati e molti non hanno reddito. Nel frattempo, l’inverno rende tutto più fragile, con piogge e vento che compromettono tende e ripari, con conseguenze dirette su salute e sicurezza delle famiglie.
Sul fronte sanitario, la criticità centrale — insiste il medico — è la scarsità di medicinali: senza rifornimenti regolari, anche chi soffre di patologie croniche rischia un peggioramento rapido. È la dinamica che, sul terreno, trasforma “il cronico” in “acuto” dal momento che se non curi diabete, malattie cardiache, insufficienze respiratorie con terapie oncologiche interrotte, tutto diventa emergenza quotidiana.

Ambulanze in fila lunedì per entrare attraverso il valico di Rafah
Gli attacchi non si sono fermati del tutto
A Gaza, racconta ancora Monti alla RSI, la tregua annunciata a metà ottobre e accompagnata da un “piano in venti punti” attribuito all’iniziativa di Donald Trump appare, sul terreno, “su due piani diversi”: da una parte la narrazione pubblica, dall’altra ciò che la popolazione e gli operatori umanitari continuano a vivere ogni giorno. Monti riconosce che gli attacchi “si sono ridotti”, ma avverte che la diminuzione non coincide con una reale normalizzazione. La tregua, dice, resta “più nominale che reale”, perché il rischio non è scomparso e continuano a registrarsi vittime e feriti. Anche in presenza di un cessate il fuoco formale, sottolinea, “arrivano attacchi in campi affollati” e le conseguenze colpiscono soprattutto le aree più vulnerabili, come le zone delle tende.
In questo contesto, pesa anche l’incertezza sulle condizioni operative delle organizzazioni umanitarie. A fine dicembre, Israele ha annunciato la revoca dei permessi per 37 realtà, tra cui Medici Senza Frontiere (MSF). Interpellato sugli effetti per Emergency, Monti parla di una scelta che sarebbe difficile da giustificare in un territorio segnato da bisogni enormi. Vietare l’azione umanitaria, osserva, “sembra davvero troppo cinico” e la speranza è che si possa “fare un passo indietro”. Per ora, aggiunge, gli operatori di MSF “stanno continuando a lavorare” e svolgono “un lavoro incredibilmente importante”, ma se le restrizioni dovessero tradursi in stop effettivi, la pressione sul sistema degli aiuti rischierebbe di aumentare ulteriormente… “È già difficile così”, conclude Monti, e senza queste organizzazioni “sarà davvero molto difficile”.

L'ONU approva il piano Trump per Gaza
Telegiornale 18.11.2025, 20:00
L’incognita del disarmo di Hamas
Secondo Michele Giorgio, collaboratore RSI da Gerusalemme, si attende ancora l’ingresso nella Striscia del Comitato tecnico palestinese, il cui via libera sarebbe arrivato da Israele “con molta fatica” e anche grazie a pressioni statunitensi. Ma il quadro resta estremamente fluido. “Si vive giorno per giorno”, spiega, con un processo politico in cui il margine palestinese appare ridottissimo.
Il comitato, ricorda Giorgio, dovrebbe operare sotto la supervisione del Comitato esecutivo del Consiglio della Pace, che risponde al Consiglio della Pace presieduto da Donald Trump. In questa architettura, sostiene, il futuro di Gaza “non lo decideranno” né Hamas né l’Autorità Nazionale Palestinese del presidente Mahmud Abbas, ma sarà fortemente condizionato dalle scelte americane e dalle priorità di sicurezza poste di volta in volta da Israele.
Resta poi l’incognita principale, il disarmo di Hamas. Per Giorgio è “uno scoglio molto difficile” che potrebbe far deragliare la tregua. Hamas, osserva, continua a escludere un disarmo totale “finché non nascerà lo Stato palestinese” e prova invece a far confluire una parte dei propri uomini nelle future forze di polizia della Striscia. Un’ipotesi a cui Israele si oppone. Benjamin Netanyahu, aggiunge, ha ribadito che Israele accetterà solo il disarmo completo, altrimenti è pronta la ripresa delle operazioni militari—uno scenario che, conclude, i recenti bombardamenti con numerose vittime civili hanno già lasciato intravedere.

Gaza, Hamas discute del futuro della Striscia
Telegiornale 14.01.2026, 12:30
Europa cauta sui piani per Gaza, ma in campo
Silvia Colombo, ricercatrice del NATO Defense College di Roma, descrive una Unione europea “ridimensionata” sul piano internazionale nelle settimane più recenti del conflitto, nonostante resti uno degli attori chiave sul terreno sul fronte umanitario e della sicurezza. Di fronte ai piani per Gaza promossi da Donald Trump e al relativo “Consiglio di pace”, Colombo rileva uno scetticismo marcato. La gestione “tecnocratica e transazionale” della fase di ricostruzione, sostiene, solleva questioni di principio e di compatibilità con il diritto internazionale, oltre che interrogativi sul rapporto con le sedi ONU.
Secondo l’analisi espressa a Modem, la maggioranza dei Paesi europei avrebbe scelto di non aderire al Consiglio (con l’eccezione di Ungheria e Bulgaria), ma senza “tagliarsi fuori” dal dossier. La linea suggerita è restare agganciati, agendo sui livelli esecutivi e sui comitati dove siedono anche partner strategici come i Paesi del Golfo, cercando convergenze pratiche che partono dall’afflusso di aiuti, ripristino della sicurezza, riapertura dei canali di movimento e coordinamento finanziario per la ricostruzione. Sul fondo, Colombo colloca anche le frizioni transatlantiche. L’attenzione europea, spiega, è condizionata dalle tensioni con Washington su altri dossier — dalla Groenlandia ai segnali emersi all’ultimo incontro di Davos — rendendo ancora più delicato per la Commissione europea trovare un equilibrio tra cautela politica e necessità di incidere sul terreno.
Riflettori che si spengono con rientri a passo lento
Il rischio che l’attenzione internazionale cali rapidamente su quanto accade nella Striscia di Gaza non è più un’ipotesi, ma “una constatazione”. A dirlo, in conclusione, è sempre il coordinatore medico di Emergency Giorgio Monti. “Sono qui da un anno e mezzo e ho vissuto le luci spente all’inizio, poi l’attenzione di qualche mese fa e ora nuovamente il buio”. Un andamento a ondate che, spiega, si traduce in “diverse possibilità” concrete per chi vive nella Striscia. L’equazione è meno pressione politica, meno margini per corridoi, cure e aiuti.
Monti descrive un deterioramento anche psicologico con l’urgenza quotidiana che “sta diventando una necessità permanente” e, pur nella resilienza, molte persone “cominciano a diventare demotivate e sconfortate”. È il segno, sostiene, di una crisi che non si esaurisce con l’attenzione mediatica: semmai peggiora quando i riflettori si spostano altrove.
Sul piano politico e demografico, il collaboratore RSI Michele Giorgio richiama un nodo destinato a pesare a lungo, ovvero il rientro di migliaia di palestinesi usciti dopo il 7 ottobre 2023, che con i numeri attuali procederebbe a ritmo lentissimo: “Ci vorranno davvero molti anni”. In questo scenario, aggiunge, grava il sospetto che Israele possa favorire quella che definisce “emigrazione volontaria” da Gaza, anche attraverso il peggioramento delle condizioni di vita. Una spinta indiretta che, osserva, potrebbe indurre alcuni a partire, pur a fronte di una volontà diffusa di restare. “I palestinesi vogliono rimanere nella loro terra, chiosa, ma le condizioni sono catastrofiche”. Il riferimento è anche alle posizioni del premier Benjamin Netanyahu secondo cui l’uscita di palestinesi dalla Striscia sarebbe vista con favore, mentre il rientro — sebbene formalmente possibile — resterebbe ingabbiato in procedure e contingenti che rischiano di trasformarlo in una prospettiva remota.










