L’Iran è in una bolla: da giovedì scorso le autorità statali hanno imposto il blackout informatico. Anche la telefonia mobile è stata interrotta e solo di recente è stata parzialmente riattivata, con forti limitazioni. E quindi? Com’è possibile che materiale foto e video circolasse fuori dal Paese durante uno dei blackout più severi della storia della Repubblica islamica dell’Iran?
Stando a un resoconto del Financial Times, il contributo di Starlink di Elon Musk è stato determinante. Sembra che negli ultimi anni gli attivisti antiregime si stessero preparando a un’eventualità del genere, accumulando dispositivi Starlink per poter ovviare a situazioni simili. Una soluzione tutt’altro che priva di rischi: in Iran l’uso del servizio è punibile con pene fino a due anni di carcere e, riferisce la BBC, le autorità stanno intensificando le operazioni per individuare e rimuovere le parabole dai tetti. Secondo diversi media, SpaceX ha inoltre reso gratuito l’accesso a Starlink per alcuni giorni, ampliando la capacità di diffusione di foto e video fuori dal Paese. L’agenzia spaziale non ha commentato.
Col tempo, in ogni caso, gli attivisti iraniani sono diventati particolarmente ingegnosi e durante il blackout la maggior parte del materiale è circolata comunque in rete, soprattutto attraverso i social network.
In tal senso, materiale non manca. Ciò che mancava era l’assenza di riscontri indipendenti. Senza rete, senza accesso diretto, senza giornalisti sul campo, ogni informazione perde uno dei suoi pilastri fondamentali: la verifica incrociata.
«La chiave sta tutta lì», conferma Bettina Müller, responsabile esteri della nostra redazione radio. Ma cosa significa condurre una verifica incrociata? Significa “unire i puntini, incrociare il racconto di due osservatori indipendenti per garantire la realtà di un unico fatto”.

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Ovviare alla presenza sul campo
“Senza la possibilità di avere giornalisti inviati in Iran, occorre incrociare le fonti iraniane: quelle del potere e quelle indipendenti, che, nonostante la repressione, riescono a trovare canali per divulgare notizie”, spiega Bettina Müller, caporedattrice esteri per la radio RSI.
Il primo elemento da osservare sono le comunicazioni ufficiali. “Tra le fonti di stato iraniane va consultato il sito del leader supremo Ali Khamenei, l’agenzia di stampa iraniana IRNA e TASNIM, l’agenzia che monitora la sicurezza. Con queste fonti si ottiene la versione dei fatti, la narrazione e la propaganda del potere iraniano”, precisa Müller.
Come contrappeso e filtro, si sfruttano “fonti iraniane indipendenti”: agenzie di stampa (HRANA), piattaforme di fact-checking (IranWire), archivi e raccolte online per smontare la disinformazione e mappare gli sviluppi degli eventi. “Di grande aiuto sono anche i siti aggregatori di post e sistemi di allerta regionali, come LiveUaMap. Incrociando queste varie fonti, si riescono ad ottenere molte informazioni e un quadro generale, seppur frammentato”, spiega ancora Bettina Müller.

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Nel puzzle degli eventi
Poco alla volta, i tasselli si dispongono sul tavolo. La forma del mosaico comincia a delinearsi, ma è qui che si annida l’insidia principale: costruire prematuramente “un’idea delle proteste, della repressione e della minaccia militare USA” a partire dal materiale raccolto.
La prudenza metodologica resta imprescindibile. “Strumentalizzazioni e propagande circolano, ma per il momento tutti cercano ancora di raccogliere informazioni affidabili su cosa stia succedendo”, osserva Müller.
Una lettura condivisa degli eventi non è ancora emersa. “Mi sembra che al momento la narrazione internazionale sull’Iran sia ancora frammentata, a parte la constatazione della violentissima repressione in corso per soffocare le rivolte”.

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