Agitata, visibilmente emozionata e forse preoccupata ad agosto 2024, subito dopo essere diventata la premier più giovane della storia della Thailandia. Tranquilla e quasi sollevata appena un anno dopo, subito dopo essere stata destituita dall’incarico da una sentenza della Corte costituzionale. Paetongtarn Shinawatra è la terza esponente della più nota dinastia politica del Paese a essere rimossa. Prima di lei, era toccato al padre Thaksin nel 2006 e alla zia Yingluck nel 2014, entrambi messi da parte da dei golpe militari. Anche stavolta c’entra l’esercito, con cui la famiglia Shinawatra ha sempre avuto un rapporto complicato.
Tutto nasce da una telefonata di metà giugno tra Paetongtarn e Hun Sen, il cosiddetto leader eterno della Cambogia, che due anni fa ha lasciato formalmente il potere al figlio Hun Manet ma che in realtà è ancora l’uomo forte a Phnom Penh. La chiamata nasce con l’intenzione di abbassare le tensioni tra i due Paesi, dopo la morte di un militare cambogiano al confine conteso. Nella conversazione, la giovane premier chiama “zio” l’interlocutore, come si usa in Asia orientale per mostrare rispetto alle persone più mature. La premier thailandese si è poi offerta di “occuparsi di qualsiasi cosa” volesse Hun Sen, frase interpretata da molti come una concessione personale incompatibile col ruolo di premier. Soprattutto, Paetongtarn criticava i generali del suo esercito accusandoli sostanzialmente di fomentare la tensione al confine.
Il colloquio doveva restare segreto, ma è stato reso pubblico dalla parte cambogiana e ha portato alla sospensione della premier a inizio luglio. È il passaggio che azzera il dialogo diplomatico e lascia spazio al sentimento nazionalista per una vicenda, quella dei territori contesi, che in Thailandia è una ferita mai rimarginata. I violentissimi scontri al confine, interrotti dall’accordo per una tregua a inizio agosto, sono stati favoriti anche dall’uscita di scena di Paetongtarn e il de facto esautoramento del governo civile.
Ora la corte costituzionale ha deciso che Paetongtarn ha violato gli standard etici, per aver chiamato Hun dal suo telefono privato senza interprete e per aver compromesso l’integrità della Thailandia mostrando una frattura con l’esercito, attore cruciale non solo della vita militare ma anche politica del Paese. I giudici hanno riconosciuto che l’obiettivo iniziale era quello di mantenere la pace, ma sostengono che a causa della sua inesperienza abbia portato danno alla sicurezza nazionale. Paetongtarn è stata dunque rimossa dall’incarico con sei voti a favore contro tre.
Lei ha dichiarato di aver agito solo per proteggere la vita dei cittadini, ma non ha criticato la sentenza. Secondo molti osservatori, la rimozione (senza rischi di strascichi sul fronte penale) potrebbe essere un sollievo Paetongtarn, che a 39 anni appena compiuti era considerata da molti come troppo inesperta per guidare il Paese. La sua imprevista ascesa era arrivata, non a caso, dopo il rientro in patria del padre Thaksin. L’accordo coi militari ha permesso al multimiliardario di tornare in patria dopo aver trascorso 15 anni in esilio per sfuggire a quelle che, a suo dire, erano cause legali politicamente motivate. Ma è stato visto da molti elettori come un profondo tradimento: il Pheu Thai si è infatti unito a partiti dell’establishment militare e monarchico contro cui aveva sempre lottato.
Gli eventi dell’ultima settimana chiudono quella fase, ma in molti sono convinti che tra le pieghe quell’intesa sia in un certo senso stata rispettata. Solo una settimana fa, Thaksin è stato assolto dopo un lungo processo in cui era accusato di lesa maestà per un’intervista del 2015 a un quotidiano sudcoreano. Ora la rimozione di sua figlia, che per molti era una contropartita chiesta dai militari a Thaksin per farlo rientrare. Una sorta di pegno, che esponeva Paetongtarn a possibili guai giudiziari nel caso il padre non avesse mantenuto un basso profilo. Ora, la famiglia Shinawatra perde il potere politico ma salva gli interessi economici.
Per la Thailandia si apre dunque l’ennesima fase di instabilità. Il parlamento è chiamato a nominare un nuovo premier nelle prossime settimane. Non sarà semplice trovarlo nel partito di governo Pheu Thai, che resta alla guida di una coalizione traballante e dovrebbe proporre l’ex ministro della Giustizia Chaikasem Nitisiri, su cui circolano però voci di problemi di salute. Pesa peraltro la bassa popolarità dell’esecutivo, tanto che intorno alla Corte costituzionale le forze dell’ordine erano schierate in massa per le possibili proteste in caso Paetongtarn fosse stata rimessa al suo posto. Gli scontri con la Cambogia hanno infatti favorito la riemersione di un forte sentimento nazionalista, che si è intrecciato con l’insoddisfazione per la situazione economica del Paese, peggiorata dai dazi di Donald Trump.
Non è dunque da escludere la possibilità che il potere passi all’opposizione. Non a quella riformista, nonostante avesse vinto le elezioni del 2023, visto che il partito Move Forward è stato sciolto per la sua agenda politica considerata troppo riformista e anti monarchica. Salgono piuttosto le quotazioni del Partito Nazione Thai Unita, diretta emanazione dell’esercito e guidato da Prayuth Chan-o-cha, generale protagonista del golpe militare del 2014 contro Yingluck Shinawatra. Senza Paetongtarn e con un governo civile azzerato, l’esercito può tornare a dominare ancora di più la vita politica del Paese. E c’è anche chi teme che questo possa portare a nuove tensioni al confine con la Cambogia.