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Ecco perché USA e Israele non attaccano l’isola di Kharg

Il terminal petrolifero iraniano, spiega il giornalista iraniano Nima Baheli, è risparmiato dagli attacchi per ragioni strategiche ed economiche

  • Un'ora fa
L'isola di Kharg in un'immagine d'archivio
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Il destino singolare dell'isola di Kharg

SEIDISERA 11.03.2026, 18:00

  • keystone
Di: Radiogiornale-Sofia Stroppini/Bleff 

Negli ultimi giorni l’isola di Kharg, in cui si trova la principale infrastruttura petrolifera dell’Iran, ha fatto molto parlare di sé perché è stata finora risparmiata dagli attacchi di Israele e di Stati Uniti. Ma perché?

“L’isola di Kharg fu negli anni ‘70 il porto con il maggior numero di traffico al mondo”, ha spiegato ai microfoni di SEIDISERA l’esperto di geopolitica e giornalista iraniano Nima Baheli, “e questo fa capire l’importanza dell’isola già dall’epoca monarchica . È situata nel nord del Golfo Persico, per intendersi quasi più verso l’Iraq, ed è il principale porto di imbarco delle esportazioni petrolifere iraniane. Per ora, è stata risparmiata dagli attacchi israelo-statunitensi in quanto colpire il terminal di Kharg presenterebbe alcune incognite fondamentali”.

“In primo luogo, Trump ad oggi non ha ancora chiarito se vuole un domani un governo amico a Teheran. Un altro elemento fondamentale, che è poi quello che noi vediamo in questi giorni da questa nuova strategia multistrato che la nuova leadership militare sta portando avanti, è il costo che a quel punto gli iraniani farebbero pagare a tutta la regione. Nel momento in cui l’Iran non fosse più in grado di esportare il proprio petrolio potrebbe a quel punto colpire tutte le infrastrutture energetiche dei paesi che stanno sul Golfo Persico, portando a questo punto il prezzo del petrolio a 200 dollari a barile e oltre”.

Il Presidente degli Stati Uniti Trump potrebbe avere le sue ragioni per non voler attaccare l’isola. Ma vale lo stesso per il premier israeliano Netanyahu? “Il premier israeliano, nei precedenti round di conflitto con la Repubblica islamica si era proposto come un alleato dell’opposizione iraniana contro il regime. In questa prospettiva, quindi, la distruzione andrebbe a discapito di una futura leadership democratica iraniana”. 

“Tuttavia - prosegue l’esperto -, in una prospettiva invece di annichilimento dell’avversario, Israele potrebbe essere più propensa a portare avanti questa opzione, anche alla luce del fatto che se Trump deve dar conto ai propri alleati regionali, come per esempio l’Arabia Saudita, Emirati eccetera, Israele invece non deve dare conto ai vari sciacalli del Golfo Persico”.

L’isola “è abbastanza vicina al mainland iraniano”, conclude Baheli, “e in questa prospettiva l’attacco, una volta che gli americani la occupino, potrebbe essere facilmente impedito dagli iraniani. Si rischiano perdite importanti di militari statunitensi, cosa che Trump dovrebbe poi spiegare alla sua base MAGA, che al momento è fortemente critica nei confronti di questa operazione militare”.

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